Cap. V: L’esilio a Bruxelles
7. Propaganda a Bruxelles

La Lega dei Comunisti considerava suo primo compito fondare associazioni culturali di operai tedeschi che le rendessero possibile una propaganda pubblica, allo scopo di completarsi ed esterndersi partendo dai suoi membri più idonei.

Il funzionamento di queste associazioni era dappertutto lo stesso. Un giorno alla settimana era destinato alla discussione, un altro ai trattenimenti sociali (canto, recitazione, ecc.). Dappertutto furono istituite biblioteche sociali e, dove possibile, classi per l’istruzione elementare degli operai.

Secondo questo modello fu poi istituita anche l’Associazione operaia tedesca, che sorse a Bruxelles alla fine di agosto e contò presto un centinaio di membri. Presidenti ne erano Moses Hess e Wallau, segretario era Wilhelm Wolff. L’Associazione si riuniva il mercoledì e la domenica sera. Il mercoledì si discutevano questioni importanti riguardanti gli interessi del proletariato, la domenica sera Wolff soleva fare la sua rassegna politica settimanale, nella quale egli dispiegò ben presto una particolare capacità; poi seguiva il trattenimento sociale, al quale prendevano parte anche le donne.

Il 27 settembre questa Associazione organizzò un banchetto internazionale per dimostrare che gli operai di diversi paesi nutrivano sentimenti fraterni gli uni verso gli altri. Allora si preferiva scegliere la forma dei banchetti per la propaganda politica onde sfuggire ai controlli polizieschi sulle pubbliche riunioni. Il banchetto del 27 settembre aveva però anche un’origine e uno scopo particolare. Esso fu organizzato da Bornstedt e da altri elementi scontenti della colonia tedesca, come scriveva Engels, che vi presenziò, a Marx assente, «per degradare tutti noi a una parte secondaria di fronte… ai democratici belgi… e far nascere un’associazione molto più grandiosa e universale della nostra meschina Associazione operaia»1. Engels tuttava seppe sventare a tempo l’intrigo; fu addirittura eletto a uno dei due posti di vicepresidente accanto al francese Imbert, nonostante la sua resistenza per il fatto che «aveva un aspetto così maledettamente giovanile», mentre la presidenza onoraria del banchetto fu data al generale Mellinet e la presidenza effettiva all’avvocato Jottrand, vecchi combattenti della rivoluzione belga del 1830.

Partecipano al banchetto centoventi ospiti: belgi, tedeschi, svizzeri, francesi, polacchi, italiani ed anche un russo. Dopo i soliti discorsi, si decise di fondare in Belgio un’associazione degli amici della riforma sul modello dei Fraternal democrats. Nel comitato promotore fu eletto anche Engels. Poiché egli lasciò subito dopo Bruxelles, raccomandò in una lettera a Jottrand di chiamare al suo posto Marx, che sarebbe stato eletto senza dubbio se avesse potuto esser presente all’assemblea del 27 settembre. «Non sarebbe dunque il signor Marx a sostituirmi, ero piuttosto io che alla riunione ho sostituito il signor Marx». In realtà, quando il 7 e il 15 novembre si costituì definitivamente l’«Associazione democratica per l’unificazione di tutti i paesi», Imbert e Marx vennero eletti vicepresidenti, mentre Mellinet fu confermato presidente onorario e Jottrand presidente effettivo. Lo statuto era sottoscritto da democratici belgi, tedeschi, francesi e polacchi, in tutto circa sessanta nomi; di tedeschi, oltre Marx, vi si trovavano Moses Hess, Georg Weerth, i due Wolff, Stephan Born e anche Bornstedt.

La prima grande manifestazione dell’Associazione democratica fu la celebrazione dell’anniversario della rivoluzione polacca il 29 novembre. Per i tedeschi parlò Stephan Born, che ebbe grandi applausi. Ma Marx parlò come rappresentante ufficiale dell’associazione nel meeting che i Fraternal democrats organizzarono a Londra nello stesso giorno e per lo stesso motivo. Egli dette al suo discorso un’impostazione assolutamente proletario-rivoluzionaria. «La vecchia Polonia è perduta, e noi saremo gli ultimi ad auspicare la sua ricostituzione. Ma non soltanto la vecchia Polonia è perduta, ma la vecchia Germania, la vecchia Francia, la vecchia Inghilterra, tutta la vecchia società è perduta. La perdita della vecchia società non è però una perdita per coloro che non hanno nulla da perdere nella vecchia società, e in tutti i paesi è ora così per la grande maggioranza». Nella vittoria del proletariato sulla borghesia Marx vedeva il segnale della liberazione per tutte le nazionalità oppresse, e nella vittoria dei proletari inglesi sulla borghesia inglese egli vedeva il colpo decisivo per la vittoria di tutti gli oppressi sui loro oppressori. La Polonia non doveva essere liberata in Polonia, ma in Inghilterra. Se i cartisti battevao i loro nemici interni, avrebbero battuto l’intera società.

Nella risposta all’indirizzo presentato da Marx, i Fraternal Democrats tennero lo stesso tono. «Il vostro rappresentante, il nostro amico e fratello Marx, vi racconterà con quale entusiasmo noi abbiamo salutato la sua comparsa e la lettura del vostro indirizzo. Tutti gli occhi lampeggiavano di gioia, tutte le voci gridavano il benvenuto, tutte le mani si tendevano fraternamente verso il vostro rappresentante… Noi accettiamo coi sensi della gioia più viva l’alleanza che voi ci offrite. La nostra associazione esiste da più di due anni con la parola d’ordine: Tutti gli uomini sono fratelli. In occasione della nostra ultima festa nell’anniversario della nostra fondazione, noi abbiamo raccomandato la costituzione di un congresso democratico di tutte le nazioni, e siamo lieti di udire che voi avete fatto pubblicamente le stesse proposte. La congiura dei re dev’essere combattuta dalla congiura dei popoli… Noi siamo convinti che ci si deve rivolgere al vero popolo, ai proletari, agli uomini che versano giornalmente il loro sangue e il loro sudore sotto l’oppressione dell’attuale sistema sociale, per fondare la fratellanza universale… Dalla capanna, dalla soffitta o dalla cantina, dall’aratro, dalla fabbrica, dall’incudine si potranno vedere, anzi già si vedono venire per la stessa strada i portatori della fraternità e gli eletti salvatori dell’umanità». I Fraternal Democrats proponevano di tenere il congresso democratico universale a Bruxelles nel settembre del 1948, in un certo modo come contraltare al congresso libero-scambista che aveva avuto luogo nella stessa città nel settembre del 1847.

Tuttavia il saluto ai Fraternal Democrats non era l’unico scopo che aveva portato Marx a Londra. Subito dopo il meeting polacco, nello stesso locale, la sala delle riunioni dell’Associazione comunista operaia di cultura, che era stata fondata nel 1840 da Schapper, Bauer e Moll, ebbe luogo il congresso convocato dalla Lega dei Comunisti per approvare definitivamente i nuovi statuti e per discutere il nuovo programma. Anche Engels partecipò a questo congresso; egli si era incontrato con Marx a Ostenda, venendo da Parigi, il 27 novembre, e avevano fatto insieme il viaggio per mare. Dopo una discussione duraat almeno dieci giorni, essi ottennero l’incarico di riassumere in un manifesto pubblico i principi fondamentali del comunismo.

Verso la metà di dicembre Marx tornò a Bruxelles ed Engels a Parigi. Pare che essi non dimostrassero troppa fretta di eseguire l’incarico avuto; perlomeno il 24 gennaio 1848, il Comitato centrale di Londra fece pervenire al comitato del circolo di Bruxelles un ammonimento molto energico in base al quale si doveva significare al cittadino Marx che se il Manifesto del Partito Comunista, della cui redazione egli si era assunto l’incarico, non fosse pervenuto a Londra entro il 1° febbraio, sarebbero stati presi ulteriori provvedimento contro di lui. È ormai difficile stabilire che cosa possa aver provocato il ritardo; il modo di lavorare di Marx, così impegnativo e approfondito, o la sua lontananza da Engels; forse quelli di Londra si spazientirono anche alla notizia che Marx lavorava intensamente a Bruxelles alla sua propaganda.

Il 9 gennaio 1848 Marx tenne all’Associazione democratica un discorso sul libero scambio. Egli avrebbe voluto tenere lo stesso discorso già al congresso libero-scambista di Bruxelles, ma non era riuscito ad aver la parola. Quello che egli dimostrava e confutava in questo discorso era l’inganno perpetrato dai libero-scambisti col «bene degli operai», che essi sostenevano fosse lo stimolo della loro agitazione. Ma se il libero scambio favoriva in assoluto il capitale a scapito degli operai, tuttavia Marx non disconosceva – e non lo disconosceva proprio per questo – che esso corrispondeva ai fondamenti dell’economia borghese. Era la libertà del capitale che abbatteva i confini nazionali entro i quali restava ancora impedito, per svincolare totalmente la propria attività. Esso spezzava le antiche nazionalità e spingeva all’estremo il contrasto tra borghesia e proletariato. Con ciò esso affermava la rivoluzione sociale; e, in questo senso rivoluzionario, Marx era d’accordo col sistema della libertà di commercio.

Nello stesso tempo egli si schermiva dal sospetto di nutrire tendenze protezionistiche, e pur approvando il libero scambio, non entrava affatto in contraddizione colla sua valutazione dei dazi protettivi tedeschi come di una «misura borghese progressiva». Come Engels, Marx considerava tutta la questione del libero scambio e del protezionismo da una posizione puramente rivoluzionaria. La borghesia tedesca aveva bisogno di dazi protettivi come di un’arma contro l’assolutismo e il feudalesimo, come di un mezzo per concentrare le sue forze, per attuare il libero scambio all’interno del paese, per promuovere la grande industria, che ben presto avrebbe finito per dipendere dal commercio mondiale, cioè più o meno dal libero scambio. Del resto il discorso trovò il vivo consenso dell’Associazione democratica, che decise di farlo stampare a sue spese in francese e in fiammingo.

Più significative e più importanti di questo discorso furono le conferenze che Marx tenne all’Associazione operaia tedesca sul tema Lavoro salariato e capitale. Marx partiva dal fatto che il salario lavorativo non è una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta, ma la parte della merce già esistente, con cui il capitalista si compra una determinata quantità di lavoro produttivo. Il prezzo del lavoro viene determinato come il prezzo di ogni altra merce: dai suoi costi di produzione. Il costo di produzione del lavoro semplice ammonta alle spese per il mantenimento e per la propagazione della specie dell’operaio. Il prezzo di queste spese costituisce il salario lavorativo, che a causa delle oscillazioni della concorrenza sta ora al di sopra ora al di sotto dei costi di produzione, come il prezzo di ogni altra merce, ma entro queste oscillazioni tende a stabilirsi sul minimo salariale.

Marx esaminava quindi il capitale. Alla spiegazione degli economisti borghesi, secondo cui il capitale è lavoro accumulato, egli rispondeva: «Che cos’è uno schiavo negro? Un uomo di razza nera. Una spiegazione vale l’altra. Un negro è un negro. Soltanto in determinate condizioni egli diventa uno schiavo. Una macchina filatrice di cotone è una macchina per filare il cotone. Soltanto in determinate condizioni essa diventa capitale. Sottratta a queste condizioni essa non è un capitale, allo stesso modo che l’oro in sé e per sé non è denaro e lo zucchero non è il prezzo dello zucchero»2. Il capitale è un rapporto sociale di produzione, un rapporto di produzione della società borghese. Una quantità di merci, di valori di scambio, diventa capitale per il fatto che come forza sociale indipendente, cioè come la forza di una parte della società, si conserva e si accresce mediante lo scambio con l’immediata forza di lavoro vivente. «L’esistenza di una classe che non possiede null’altro che la capacità di lavorare, è una premessa necessaria del capitale. Soltanto il dominio del lavoro accumulato, passato, materializzato, sul lavoro immediato, vivente, fa del lavoro accumulato capitale. Il capitale non consiste nel fatto che il lavoro accumulato serve al lavoro vivente come mezzo per una nuova produzione. Esso consiste nel fatto che il lavoro vivente serve al lavoro accumulato come mezzo per conservare e per accrescere il suo valore di scambio»3. Capitale e lavoro si condizionano reciprocamente, si producono reciprocamente.

Da ciò gli economisti borghesi traggono la conseguenza che l’interesse dei capitalisti e quello degli operai sono lo stesso, e, certo, bisogna convenire che l’operaio è rovinato se il capitale non lo occupa, e il capitale va in malora se non sfrutta l’operaio. Quanto più rapidamente si accresce il capitale produttivo, quanto più e perciò fiorente l’industria, quanto più la borghesia si arricchisce, di tanti più operai ha bisogno il capitalista, tanto più caro si vende l’operaio. Perciò la condizione indispenzabile per una situazione passabile dell’operaio è l’incremento più rapido possibile del capitale produttivo.

Marx spiegava che in questo caso un aumento sensibile del salario lavorativo presuppone un incremento tanto più rapido del capitale produttivo. Se cresce il capitale, per quanto salga il salario lavorativo, tanto più rapidamente sale il profitto del capitale. La situazione materiale dell’operaio si è migliorata ma a scapito della sua situazione sociale: l’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito. Che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è l’incremento più rapido possibile del capitale, significa soltanto: quanto maggiore è la rapidità con cui la classe operaia accresce e aumenta la forza a lei avversa, la ricchezza altrui che la signoreggia, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le viene permesso di lavorare di nuovo all’accrescimento della potenza del capitale, soddisfatta di saldarsi da sé le catene d’oro con cui la borghesia la trascina dietro di sé.

Però, prosegue Marx, il fatto si è che incremento del capitale e aumento del salario lavorativo non sono affatto legati così indissolubilmente come sostengono gli economisti borghesi. Non è vero che quanto più il capitale s’ingrassa tanto meglio viene ingrassato il suo schiavo. L’incremento del capitale produttivo comprende in sé l’accumulazione e la concentrazione dei capitali. Il loro accentramento porta con sé una maggiore divisione del lavoro e un uso più intenso delle macchine. La maggiore divisione del lavoro distrugge la particolare abilità dell’operaio; sostituendo a questa particolare abilità un lavoro che ciascuno può eseguire, essa aumenta la concorrenza tra gli operai.

Questa concorrenza diventa tanto più forte quanto più la divisione del lavoro rende possibile al singolo operaio di eseguire il lavoro di tre operai. Lo stesso risultato lo hanno le macchine in grado anche molto maggiore. L’incremento del capitale produttivo costringe i capitalisti industriali a lavorare con mezzi sempre crescenti; così rovina i piccoli industriali e li respinge tra il proletariato. Inoltre poiché il tasso dell’interesse cade nella misura in cui i capitali si accumulano, i piccoli redditieri, che non possono più vivere sulle loro rendite, si rivolgeranno all’industria e aumenteranno il numero dei proletari.

Infine, quanto più il capitale produttivo cresce, tanto più è costretto a produrre per un mercato  di cui non conosce i bisogni. Tanto più la produzione precede il bisogno, tanto più l’offerta cerca di forzare la domanda, tanto più crescono di frequenza e di violenza le crisi, quei terremoti industriali, dei quali il commercio mondiale ora si salva sacrificando agli dei dell’Averno una parte della ricchezza, dei prodotti e persino delle forze produttive. Il capitale non vive soltanto del lavoro. Un signore nobile insieme e barbarico lo trascina con sé nel sepolcro ove sono i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombi di operai che periscono nelle crisi. E Marx così si riassume: se il capitale cresce rapidamente, cresce in modo incomparabilmente più rapido la concorrenza fra gli operai, cioè sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato.

Purtroppo si è conservato soltanto questo frammento delle conferenze che Marx tenne agli operai tedeschi in Bruxelles. Ma è sufficiente per mostrare con che serietà e con che profondità di pensiero egli svolgesse questa propaganda. Bakunin che, espulso dalla Francia per un discorso da lui tenuto nell’anniversario della rivoluzione polacca, era arrivato a Bruxelles proprio in quei giorni, ne dava, certo, un giudizio diverso. Il 28 dicembre 1847 egli così scriveva a un amico russo: «Marx qui seguita a fare le stesse cose di prima, corrompe gli operai facendone dei chiacchieroni. La stessa pazza teoria e la stessa inappagata vanagloria», e anche peggioo poi parlava di Marx ed Engels in una lettera a Herwegh: «In una parola, menzogne e idiozie, idiozie e menzogne. In questa compagnia non c’è alcuna possibilità di respirare liberamente. Io me ne tengo lontano e ho dichiarato fermissimamente che non vado nella loro Associazione operaia comunista e non voglio avere niente a che fare con essa».

Queste espressioni di Bakunin sono degne di nota non per quel che contengono di irritazione personale – Bakunin infatti, sia prima che poi, ha giudicato diversamente Marx – ma perché in esse si annunciava un contrasto che doveva portare a lotte violente tra questi due rivoluzionari.

6. La Lega dei Comunisti
8. Il «Manifesto comunista»

Vita di Marx

Note

  1. Carteggio Marx-Engels, vol. I, cit., p. 90.
  2. K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Edizioni Rinascita, Roma, 1949, p. 39.
  3. Ibidem, p. 42.