Cap. V: L’esilio a Bruxelles
1. L’«Ideologia tedesca»

Espulso da Parigi, Marx si era trasferito con la famiglia a Bruxelles. Engels temeva che alla fine gli avrebbero dato delle noie anche in Belgio, e la cosa avvenne anzi sin dal principio.

Come scriveva a Heine, Marx dovette, subito dopo il suo arrivo a Bruxelles, sottoscrivere presso l’Administration de la sureté publique l’impegno a non stampare nulla in Belgio sulle questioni politiche del giorno. Questo egli poteva farlo con la coscienza tranquilla, poiché non ne aveva né l’intenzione né la possibilità. Ma siccome il governo prussiano continuava a insistere presso il governo belga perché lo espellesse, così, ancora nello stesso anno, il 1° dicembre 1845, Marx rinunciò alla cittadinanza dello Stato federale prussiano.

Tuttavia, né allora né poi egli prese la cittadinanza di uno Stato straniero, che nella primavera del 1848 gli fu offerta dal Governo provvisorio della Repubblica francese in modo addirittura onorifico. Come Heine, Marx non si poté decidere a questo passo, anche se Freiligrath, che, in quanto tedesco puro, è stato così spesso presentato come solenne contrasto coi due «signori senza patria», non si fece nessun scrupolo a naturalizzarsi inglese durante il suo esilio.

Nella primavera del 1845 anche Engels si recò a Bruxelles, e i due amici fecero insieme un viaggio di studi in Inghilterra che durò sei settimane. Durante questo viaggio Marx, che già a Parigi aveva cominciato a occuparsi di Mac Culloch e di Ricardo, si fece un’idea più profonda della letteratura economica del regno insulare, anche se poté vedere solo «i libri che si potevano trovare a Manchester», accanto agli estratti e agli scritti posseduti da Engels. Engels, che già durante il suo primo soggiorno in Inghilterra aveva collaborato sia al New Moral World, organo di Owen, che al Northern Star, organo dei cartisti, rinnovò le antiche relazioni, e così da tutt’e due gli amici vennero annodate nuove relazioni, sia coi cartisti che coi socialisti.

Dopo questo viaggio si accinsero di nuovo per prima cosa a un lavoro comune. «Noi decidemmo – disse più tardi Marx abbastanza laconicamente – di mettere in chiaro, con un lavoro comune, il contrasto tra il nostro modo di vedere e la concezione ideologica della filosofia tedesca, di fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica. Il disegno venne realizzato nella forma di una critica della filosofia posteriore ad Hegel. Il manoscritto, due grossi fascicoli in ottavo, era da tempo arrivato nel luogo dove doveva pubblicarsi, in Vestfalia, quando ricevemmo la notizia che un mutamento di circostanze non permetteva la stampa. Abbandonammo tanto più volentieri il manoscritto alla rodente critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di vedere chiaro in noi stessi1». I topi hanno compiuto l’opera loro sul manoscritto anche nel senso letterale della parola, ma i frammenti che si sono conservati rendono comprensibile come i due autori non si siano troppo angustiati per questa mala sorte.

Se la loro resa dei conti con i Bauer, radicale e approfondita anche troppo, era un osso duro per i lettori, questi due grossi volumi di cinquanta fogli di stampa complessivamente, sarebbero stati un osso ancora più duro. Il titolo dell’opera è: L’ideologia tedesca, critica della più recente filosofia tedesca nei suoi rappresentanti Feuerbach, Bruno Bauer e Stirner, e del socialismo tedesco nei suoi diversi profeti. Engels ricordava in seguito che la critica di Stirner da sola non era meno ampia del libro di Stirner stesso, e i saggi che ne sono stati pubblicati nel frattempo fanno apparire del tutto credibile questo ricordo. È una polemica ancora più diffusa di quanto lo sia la Sacra famiglia nei suoi aridissimi capitoli, e in cambio in questo deserto le oasi sono ancora più rare, anche se non mancano del tutto. E anche se sempre si avverte l’acume dialettico, esso degenera però subito in sottigliezze e sofisticherie talvolta di tipo davvero meschino.

Certo, in cose del genere il gusto moderno è molto più delicato di quel che non fosse il gusto di allora. Ma con ciò non si spiega tutto, tanto più che Marx ed Engels sia prima che poi e anche in quello stesso tempo, hanno dimostrato che sapevano usare un tipo di critica epigrammatica e tagliente, e che il loro stile di tutto soffriva meno che di profondità. Fu determinante il fatto che queste battaglie spirituali si combatterono in circoli estremamente ristretti, al che quasi sempre si aggiungeva anche la grande giovinezza dei polemisti. Era un fenomeno quale la storia letteraria aveva visto già in Shakespeare e nei suoi drammaturghi contemporanei; fare a pezzi una locuzione, dare al discorso dell’avversario il senso più pazzesco possibile con una interpretazione letterale o equivoca, la tendenza al sublime e all’indefinito nell’espressione: tutto ciò non era calcolato per il gran pubblico, ma per l’intelligenza raffinata degli specialisti. Quel che a noi pare impossibile apprezzare e addirittura incomprensibile nello spirito di Shakespeare, si spiega col fatto che egli, nel suo creare, era, consapevolmente o inconsapevolmente, preoccupato del giudizio che ne avrebbero dato Green e Marlowe, Jonson, Fletcher e Beaumont.

Così all’incirca si può spiegare il tono in cui Marx ed Engels, consapevolmente o inconsapevolmente, scadevano, quando avevano a che fare coi Bauer e gli Stirner o con gli altri vecchi compagni del puro arzigogolare. Sarebbe stato senza dubbio più istruttivo quelle che nel loro libro essi avrebbero avuto da dire su Feuerbach, perché in questo non si sarebbe trattato soltanto di una critica sostanzialmente negativa, ma purtroppo questa parte non è stata completata. Alcuni aforismo, che Marx aveva scritto su Feuerbach nel 1845 e che Engels pubblicò qualche decennio dopo, danno tuttavia chiare indicazioni. Marx sentiva mancare nel materialismo di Feuerbach quello che, ancora studente, aveva sentito mancare in Democrito, il precursore del materialismo: e cioè il «principio energico»; diceva che questo era il difetto di ogni materialismo esistito fino ad allora, quello cioè di concepire il mondo sensibile e la realtà soltanto sotto forma di intuizione o di oggetto, ma non come attività sensibile dell’uomo, ma come prassi, non soggettivamente. Perciò era accaduto che, in contrasto col materialismo, la parte attiva, era stata sviluppata, dall’idealismo, ma solo astrattamente, perché l’idealismo naturalmente non conosce l’attività sensibile reale. In altre parole: Feuerbach, gettando via Hegel tutto intero, aveva gettato via troppo; si trattava di trasferire la dialettica rivoluzionaria di Hegel dal regno dei pensieri nel regno della realtà.

Col suo ardito modo di fare, Engels aveva già scritto a Feuerbach da Barmen per conquistarlo al comunismo. Feuerbach aveva risposto amichevolmente, ma – almeno per il momento – con un rifiuto. Se possibile, sarebbe venuto in Renania nell’estate e allora Engels voleva «fargli entrare in testa» l’idea di venire anche lui a Bruxelles. Per momento egli mandò a Marx come «stupendo agitatore» Hermann Kriege, un allievo di Feuerbach.

Soltanto, Feuerbach non andò in Renania, e le sue successive pubblicazioni dimostrarono che egli non riusciva più a lasciare il suo «vecchio stile». Anche il suo allievo Kriege non fece buona prova; egli portò, sì, la propaganda comunista di là del gran mare, ma a New York combinò sciocchezze irrimediabili, che ebbero anche conseguenze dannose per la colonia comunista che si era cominciata a riunire a Bruxelles intorno a Marx.

 2. Il vero socialismo

Vita di Marx

Note

  1. K. Marx, Per la critica dell’economia politica. Prefazione, in K. Marx-F. Engels, Sul materialismo storico, Edizioni Rinascita, Roma 1949, p. 45.