Cap. IX: Guerra di Crimea e crisi
4. La crisi del 1857

Quando nell’autunno del 1850 Marx ed Engels si ritirarono dalle lotte pubbliche dalla vita di partito, avevano dichiarato: «Una nuova rivoluzione è possibile soltanto in seguito a una nuova crisi. Ma è anche altrettanto sicura quanto questa». Da allora essi avevano spiato, e ogni anno più impazientemente, i segni di una nuova crisi. Liebknecht racconta che Marx la prediceva talvolta e che gli amici lo stuzzicavano in proposito: ma quando nel 1857 essa venne su serio, Marx fece effettivamente annunciare a Wilhelm Wolff da parte di Engels che avrebbe dimostrato che normalmente essa sarebbe dovuta scoppiare due anni prima.

Essa cominciò negli Stati Uniti, e i suoi problemi furono avvertiti da Marx per il fatto che la New York Tribune lo mise a mezza paga. Il colpo lo toccò tanto più duramente in quanto nella nuova abitazione si era installata già la vecchia miseria o una miseria ancora maggiore. Qui Marx non poteva «tirare avanti da un giorno all’altro come in Deanstreet», senza prospettive e con spese familiari sempre crescenti. «Non so proprio che devo fare, e sono davvero in una situaizone disperata più che cinque anni fa», scriveva ad Engels il 20 gennaio 1857. E questi fu colpito dalla notizia «come da un fulmine a ciel sereno»1, ma si affrettò a dare il suo aiuto e si lamentò soltanto perché Marx non aveva scritto due settimane prima: se era appena comprato un cavallo, per il quale suo padre aveva mandato il denaro necessario come regalo di Natale: «mi dà proprio fastidio che io debba qui mantenere un cavallo mentre a Londra tu stai nei guai con la tua famiglia»2. E fu molto contento quando, un paio di mesi dopo, Dana chiese a Marx di collaborare, in particolare anche con articoli militari, a un’enciclopedia da lui pubblicata. La faccenda capitava per lui «proprio a punto» e gli faceva «un piacere immenso»3, perché sarebbe stata un enorme aiuto per liberare Marx dalle sue eterne necessità finanziarie: questi doveva soltanto prendere più voci che poteva, e organizzare a poco a poco una redazione.

Di questo non si fece nulla, se non altro per mancanza di persone. E del resto la cosa si dimostrò non tanto brillante quanto Engels aveva supposto; il compenso alla fine risultò di nemmeno un penny a riga, e sebbene molte cose potessero anche essere soltanto lavoro di seconda mano, però Engels era troppo coscienzioso per sbrigarsela a cuor leggero. Quello che ne trapela nel loro carteggio, non giustifica in alcun modo il giudizio sprezzante che Engels pronunciò più tardi sopra queste voci redatte in parte da Marx in parte da lui: «Puro lavoro commerciale e non altro, possono tranquillamente restare sepolte». A poco a poco questa attività, pur sempre secondaria, cessò, e pare che la collaborazione regolare dei due amici all’enciclopedia non si sia estesa oltre la lettera C.

Essa venne sin dal principio ostacolata notevolmente dal fatto che nell’estate del 1857 Engels fu colpito da una malattia glandolare, che lo costrinse a recarsi per un periodo alquanto lungo al mare. Anche per Marx le cose non andavano bene. I suoi dolori al fegato si manifestarono in un nuovo attacco così violento che egli poté compiere i lavori necessari soltanto grazie a uno sforzo immenso. Nel luglio sua moglie partorì un bambino nato morto, in condizioni che fecero una terribile impressione sulla sua fantasia e lo ossessionarono con un ricordo tormentoso: «Bisogna che ti vada assai male prima che tu scriva così»4, rispondeva Engels spaventato, ma Marx rimandava tutto a una spiegazione a voce, perché non poteva scrivere su queste cose.

Ma ogni guaio personale fu subito dimenticato quando in autunno la crisi passò in Inghilterra e poi anche sul continente. «Per quanto mi trovi personalmente in financial distress, dal 1849 non mi sono mai sentito tanto corycome con questo outbreak»5, scriveva Marx il 13 novembre ad Engels. E questi, due giorni dopo, si dimostrava soltanto preoccupato del fatto che gli sviluppo di essa potessero precipitare. «Sarebbe desiderabile che, prima che arrivasse un secondo colpo decisivo, si verificasse questo “miglioramento” che rendesse la crisi da acuta, cronica. La pressione cronica è necessaria per un certo tempo per riscaldare il popolo. Il proletariato in questo caso colpisce meglio, con una migliore connaissance de cause e con maggiore accordo; proprio come un attacco di cavalleria riesce molto meglio quando i cavalli abbiano dovuto trottare per un 500 passi, prima di arrivare alla carica. Non vorrei che scoppiasse qualcosa troppo presto, prima che tutta l’Europa ne fosse contagiata: la lotta dopo sarebbe più dura, più noiosa e più indecisa. Quasi quasi maggio o giugno sarebbe ancora troppo presto. Per la lunga prosperità le masse debbono essere cadute in profondo letargo… Per il resto sto come stai tu. Da quando c’è stato il crollo a New York, non stavo più tranquillo a Jersey, e mi sento allegrissimo in questo general downbreak6. Questa schifenza borghese degli ultimi sette anni mi si era in certo qual modo attaccata addosso, ora mi sento lavato, e torno ad essere un altro uomo. Fisicamente la crisi mi farà bene quanto un bagno di mare, me n’accorgo fin d’ora. Nel 1848 dicevamo: ora viene il momento nostro, e in a certain sense è venuto, ma questa volta viene in pieno, si tratta di vita o di morte»7.

Non si trattò di vita o di morte. La crisi ebbe a suo modo un effetto rivoluzionario, ma diverso da quanto Marx ed Engels supponevano. Non che loro si fossero abbandonati a sognare speranze utopistiche; essi studiavano anzi con estrema cura di giorno in giorno il decorso della crisi, e il 18 dicembre Marx scriveva: «Lavoro moltissimo. Per lo più fino alle 4 del mattino. Perché è un lavoro doppio: 1) elaborazione delle linee fondamentali dell’economia. (È assolutamente necessario andare al fondo della questione per il pubblico, e per me, individually, to get rid of this nightmare8. 2) La crisi attuale. Su di essa, oltre agli articoli per la Tribune, mi limito a prendere appunti,cosa che però richiede un tempo notevole. Penso che about9 in primavera potremo scrivere insieme un pamphlet sulla faccenda, a mo’ di riapparizione davanti al pubblico tedesco, per dire che siamo sempre qui, always the same10»11. Poi, di questo opuscolo, non se ne fece nulla, perché la crisi non mise in movimento le masse, ma proprio per questo Marx ebbe l’agio di eseguire la parte teorica del suo piano.

Dieci giorni prima la signora Marx aveva scritto a Konrad Schramm ormai morente, a Jersey: «Sebbene noi risentiamo parecchio nella nostra borsa gli effetti della crisi americana, in quanto Karl scrive soltanto una volta alla settimana invece di due per la Tribune, che ha licenziato tutti i corrispondenti europei eccetto Bayard Taylor e Karl, tuttavia Lei può bene immaginarsi quanto il Moro sia su d’umore. È tornata tutta la sua vecchia capacità e facilità di lavoro, e anche la freschezza e la serenità dello spirito, che da anni era stata spezzata, da quando avemmo quel grande dolore, la perdita del nostro bimbo prediletto, che farà sempre triste il mio cuore. Karl lavora di giorno per provvedere al pane quotidiano, di notte per portare a termine la sua Economia. Ora che questo lavoro è divenuto una necessità, si troverà anche un miserabile editore». E lo si trovò, grazie alle premure di Lassalle.

Nell’aprile del 1857 egli aveva scritto a Marx, col vecchio tono amichevole d’una volta, meravigliato, sì, che Marx avesse per tanto tempo dormire la loro corrispondenza, ma senza sospettare il perché. Sebbene Engels consigliasse di rispondere a questa lettera, Marx non lo fece. Nel dicembre dello stesso anno Lassalle scrisse di nuovo, per un motivo esterno: suo cugino Max Friedländer lo aveva pregato di invitare Marx a collaborare alla Wiener Presse, alla cui redazione Friedländer apparteneva. Ora Marx rispose, respingendo l’offerta di Friedländer, poiché egli era, sì, «antifrancese», ma non meno «antinglese» e meno che mai poteva scrivere a favore di Palmerston. Ma alla confessione di Lassalle, di essere addolorato, per quanto estraneo ad ogni sentimentalismo, per non aver avuto nessuna risposta alla sua lettera dell’apriel, Marx rispose «brevemente e freddamente» che non aveva risposto per motivi che difficilmente si potevano mettere per iscritto, Per il resto aggiungeva soltanto poche righe, comunicandogli che pensava di pubblicare un’opera di economia.

Nel gennaio del 1858 arrivò a Londra una copia dell’Eraclito di Lassalle, il cui invio era stato annunciato dall’autore nella sua lettera del dicembre, insieme con alcune oservazioni sull’entusiastica accoglienza che la sua opera aveva avuto nel mondo culturale di Berlino. Già la tassa postale di due scellini «gli assicurò una cattiva accoglienza». Ma anche sul contenuto Marx giudicò alquanto sfavorevolmente. La «enorme esibizione» di erudizione non gli incuteva soggezione; pensava che costasse poco ammucchiare citazioni quando si aveva tempo e denaro e ci si poteva far mandare a casa i libri della biblioteca universitaria di Bonn; avvolto in questo orpello filosofico Lassalle si muoveva proprio con la grazia di chi porti per la prima volta un vestito elegante. Questo significava giudicare troppo ingiustamente dell’effettiva dottrina di Lassalle, tuttavia si spiega benissimo che Marx si sentisse sfavorevolmente impressionato dal libro per lo stesso motivo per il quale secondo lui si erano rallegrati i grossi professori, cioè perché trovava un carattere così «antico» in un uomo così giovane che passava per un grande rivoluzionario. Era noto che la maggior parte dell’opera era stata scritta dieci anni prima della sua pubblicazione.

Nemmeno dalla risposta «breve e fredda» alla sua lettera di rimostranze, Lassalle si era accorto che c’era qualcosa che non andava. Egli – palesemente in buona fede e non appositamente, come Marx sospettò – intese la necessità di una spiegazione verbale nel senso innocente che Marx volesse raccontargli qualche cosa per cui ci dovessero entrare affari privati. Nel febbraio del 1858 egli rispose con tutto candore, descrisse drasticamente le vertigini d’entusiasmo della borghesia di Berlino per il findanzamento del principe ereditario prussiano con una principessa inglese, e per il resto si offrì di trovare un editore per il libro di economia politica. Marx accettò, e già alla fine di marzo Lassalle aveva pronto il contratto col suo stesso editore, Franz Duncker, e anche a condizioni più favorevoli di quanto Marx avesse preteso. Questi voleva perfino che l’opera uscisse a dispense, ed era pronto a rinunciare a ogni compenso per le prime dispense. Ma Lassalle gli garantì sin dal principio tre federici d’oro – il normale compenso per un professore ammontava a due federici soltanto – per ogni foglio di stampa. Soltanto per il caso che la vendita non coprisse le spese, l’editore si riservava di rifarsi sulla terza dispensa.

Ma ci vollero ancora più di nove mesi prima che Marx venisse a capo del manoscritto della prima dispensa. Nuovi attacchi di fegato e preoccupaizoni familiari gli impedivano di finirlo. A Natale del 1858 la casa aveva un’aria «più cupa e più triste che mai». Il 21 gennaio 1859 il «disgraziato manoscritto» era pronto, ma non c’era «un centesimo» per affrancarlo e assicurarlo. «Non credo che nessuno abbia mai scrutto sul denaro con una tale mancanza di denaro. La maggior parte degli autores su questo subject erano in pace assoluta col subject of their researches»12. Così scriveva Marx ad Engels, nel chiedergli il denaro necessario per la spedizione.

3. Famiglia e amici
5. «Per la critica dell’economia politica»

Vita di Marx

Note

  1. Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 15.
  2. Ibidem, pp. 16-17.
  3. Ibidem, pp. 41 e 43.
  4. Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 60.
  5. Ibidem, p. 107 (financial distress = ristrettezze finanziarie; cory = a mio agio; outbreak = crollo).
  6. Crollo generale.
  7. Ibidem, pp. 111-2.
  8. Personalmente, liberarmi da questo incubo.
  9. Circa.
  10. Sempre gli stessi.
  11. Ibidem, p. 130.
  12. Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 262.