Cap. II: Il Discepolo di Hegel
8. Ludwig Feuerbach

Proprio in questa lettera Marx confermava di aver ricevuto la raccolta nella quale aveva dato alla luce il primo parto politico. Fu pubblicata al principio del mese di marzo 1843 in due volumi, sotto il titolo: Anecdota zur neuesten deutschen Philosophie und Publizistik, a cura del Literarische Kontor di Zurigo, che Julius Fröbel aveva fondato come rifugio dei tedeschi che fuggivano la censura.

In essi sfilava ancora una volta la vecchia guardia del Giovani hegeliani, ma già con le file ondeggianti, e in mezzo a loro l’audace pensatore che decretava la morte di tutta la filosofia di Hegel, che vedeva nello «spirito assoluto» lo spirito defunto della teologia e con ciò la pura credenza nei fantasmi, che vedeva risolti tutti i segreti enigmi della filosofia nell’intuizione dell’uomo e della natura. Le Tesi provvisorie per la riforma della filosofia, che Ludwig Feuerbach pubblicava negli Anecdota, furono una rivelazione anche per Marx.

Più tardi Engels datò il grande influsso di Feuerbach sull’evoluzione spirituale del giovane Marx a partire dall’Essenza del Cristianesimo, il più famoso scritto di Feuerbach, uscito già nel 1841. Dell’«effetto liberatore» di questo libro, che bisognava aver provato personalmente per farsene un’idea, Engels diceva: «L’entusiasmo era generale, in quel momento eravamo tutti feuerbachiani!». Soltanto, in quello che Marx ha pubblicato sulla Rheinische Zeitung non si avverte ancora l’influenza di Feuerbach; Marx ha «salutato entusiasticamente» la nuova concezione, nonostante tutte le riserve critiche, soltanto nei Deutsch-Französische Jahrbücher, che apparvero nel febbraio 1844 e già nel titolo tradivano un certo riecheggiamento del pensiero di Feuerbach.

Ora, le Tesi provvisorie sono certamente già contenute nella Essenza del Cristianesimo, e in questo senso l’errore in cui Engels è incorso nel ricordo, appare indifferente. Ma non lo è in quanto nasconde il rapporto spirituale tra Feuerbach e Marx. Feuerbach, per quanto si sentisse a suo agio soltanto nella solitudine della campagna, era non di meno un lottatore. Egli pensava, con Galileo, che la città era simile a una prigione per gli animi speculativi, e che invece la libera vita della campagna fosse un libro della natura, aperto davanti agli occhi di chiunque amasse leggervi col proprio intelletto. Con tali parole Feuerbach difese sempre contro ogni tentazione la sua vita solitaria a Bruckberg; egli amava la solitudine della campagna, non nel senso del vecchio detto che proclama «beato chi vive in solitudine», ma perché da essa attingeva le forze per la lotta, nel bisogno che ha il pensatore di raccogliersi e di non lasciare che i rumori del giorno lo strappino alla contemplazione della natura, che era per lui la fonte prima di tutta la vita e dei suoi segreti.

Nonostante la sua vita ritirata in campagna, Feuerbach partecipava in prima linea alle grandi lotte del suo tempo. I suoi articoli davano alla rivista di Ruge la mordacità e l’acutezza più taglienti. Nell’Essenza del Cristianesimo egli dimostrava che è l’uomo che fa la religione e non la religione che fa l’uomo, e che gli esseri superiori creati dalla nostra fantasia sono soltanto i riflessi fantastici del nostro stesso essere. Ma proprio nel momento in cui usciva questo libro, Marx si volgeva alla lotta politica che lo portava in mezzo al frastuono della pubblica piazza, per quel tanto che si potesse in genere parlarne; per essa non bastavano le armi che Feuerbach aveva approntato nel suo scritto. Ma ora che la filosofia di Hegel gli si era rivelata incapace a risolvere le questioni materiali, che gli si erano presentate nella Rheinische Zeitung, apparivano per l’appunto le Tesi provvisorie per la riforma della filosofia, che davano il colpo mortale alla filosofia di Hegel, ultimo rifugio, ultimo sostegno razionale della teologia. Così esse fecero una profonda impressione su Marx, anche se egli si riservò subito il suo diritto di critica.

Nella sua lettera del 13 marzo egli scriveva a Ruge: «Gli aforismi di Feuerbach mi paiono inadeguati soltanto per il fatto che rimandano troppo alla natura e troppo poco alla politica. Ma questo è l’unico legame attraverso il quale la filosofia attuale può diventare una verità. Tuttavia avverrà certamente come nel secolo decimosesto, quando agli entusiasti della natura corrispose tutta un’altra serie di entusiasti dello Stato». In realtà nelle sue Tesi Feuerbach sfiorava la politica soltanto con una misera osservazione che era un passo indietro piuttosto che in avanti rispetto a Hegel. In questo punto si inserì Marx, per affrontare la filosofia del diritto e dello Stato di Hegel altrettanto radicalmente quanto Feuerbach aveva affrontato la filosofia della natura e della religione del maestro.

In un altro passo, la lettera a Ruge del 13 marzo rivelava quanto Marx subisse allora l’influenza di Feuerbach. Non appena fu chiaro per lui che non poteva scrivere sotto la censura prussiana né respirare l’aria prussiana, fu presa inseme la decisione di non lasciare la Germania senza la fidanzata. Il 25 gennaio aveva già domandato a Ruge se avrebbe potuto trovare lavoro nel Deutscher Bote, che Herweg aveva intenzione di pubblicare a Zurigo, ma le intenzioni di Herweg andarono in fumo, ancor prima di attuarsi, in seguito alla sua espulsione da Zurigo. Ruge fece allora nuove proposte di lavoro in comune, tra l’altro quella della direzione in comune degli Jahrbücher trasformati e ribattezzati; Marx avrebbe potuto recarsi a Lipsia, dopo sistemate le sue «beghe redazionali» di Colonia, per concordare a voce il «luogo della nostra risurrezione».

Il 13 marzo Marx si dichiarava d’accordo, ma esprimeva «provvisoriamente» la sua convinzione sul «nostro progetto» con queste parole: «Quando Parigi fu conquistata, alcuni proposero di dare il potere al figlio di Napoleone con una reggenza, altri a Bernadotte, altri ancora a Luigi Filippo. Ma Talleyrand rispose: Luigi XVIII o Napoleone. Questo è un principio, tutto il resto è intrigo. E così anch’io potrei definire non un principio ma un intrigo quasi tutte le città meno Strasburgo (o la massimo la Svizzera). Libri di più di venti fogli di stampa non sono letture per il popolo. Il massimo che si può osare sono i quaderni mensili. Anche se si avesse di nuovo il permesso per i Deutsche Jahrbücher, questo sarebbe un principio, un avvenimento fecondo di conseguenze, un’impresa per cui ci si può entusiasmare». Si avverte qui l’eco delle Tesi  di Feuerbach, nelle quali si dice che il filosofo vero, tutt’uno con la vita e con l’uomo, deve essere di sangue gallo-germanico. Il cuore doveva essere francese, la testa tedesca. La testa fa la riforma, ma il cuore la rivoluzione. Soltanto dove c’è movimento, agitazione, passione, sangue, sensibilità, c’è anche lo spirito. Soltanto l’esprit di Leibnitz, il suo principio sanguigno, materialistico-idealistico, ha strappato per la prima volta i tedeschi dal loro pedantismo e dal loro scolasticismo.

Nella sua risposta del 19 marzo, Ruge si dichiarò perfettamente d’accordo con questo principio «gallo-germanico», ma la sistemazione commerciale della faccenda si trascinò ancora per parecchi mesi.

7. Cinque mesi di lotta
9. Nozze ed esilio

Vita di Marx