Antonio Gramsci: Controllo operaio

Il 21 gennaio 1921 veniva fondato il Partito Comunista d’Italia. Sono trascorsi novantasette anni e ripercorrere tutta la grande storia di questo grande partito è impossibile in questa sede.

Fra i fondatori, è noto, vi fu uno dei più studiati intellettuali del Novecento italiano ed europeo, Antonio Gramsci, la cui opera viene letta e analizzata ancora oggi (anzi, forse più oggi che ieri) in tutte le università del mondo. Le sue opere sono di una freschezza e di una lucidità senza pari e ci aiutano a comprendere le dinamiche del presente.

Pochi giorni dopo la fondazione del PCd’I, il 10 febbraio 1921, Gramsci scriveva questo articolo sull’Ordine Nuovo:

Controllo Operaio

Prima di esaminare nel suo congegno e nelle sue possibilità il disegno di legge presentato alla Camera dei deputati dall’onorevole Giolitti occorre fissare il punto di vista da cui si pongono i comunisti nella discussione del problema.

Per i comunisti impostare il problema del controllo significa impostare il problema massimo dell’attuale periodo storico, significa impostare il problema del potere operaio sui mezzi di produzione e quindi il problema della conquista dello Stato. Da questo punto di vista la presentazione di un disegno di legge, la sua approvazione, e la sua esecuzione nell’ambito dello Stato borghese sono avvenimenti di secondaria importanza: il potere operaio ha e solo può avere la ragione del suo essere e del suo imporsi nell’interno della classe operaia, nella capacità politica della classe operaia, nella potenza reale che la classe operaia possiede come fattore indispensabile e insopprimibile della produzione e come organizzazione di forza politica e militare.

Ogni legge che, a questo proposito, emani dal potere borghese, ha un solo significato e un solo valore, questo: significa che realmente, e non solo verbalmente, il terreno della lotta delle classi è mutato, in quanto la borghesia è costretta a fare sul nuovo terreno delle concessioni e a creare nuovi istituti giuridici, ha il valore dimostrativo reale di una debolezza organica della classe dominante.

Ammettere che il potere d’iniziativa nell’industria possa soffrire delle limitazioni, ammettere che l’autocrazia industriale possa diventare «democrazia» sia pure formale, significa ammettere che la borghesia è ormai effettivamente scaduta dalla sua posizione storica di classe dirigente, significa ammettere che la borghesia effettivamente è incapace di garantire alle masse popolari le condizioni di esistenza e di sviluppo.

Per alleggerirsi di una parte almeno delle sue responsabilità, per crearsi un alibi, la borghesia si lascia «controllare», finge di lasciarsi mettere sotto tutela. Sarebbe certo molto utile, ai fini della conservazione borghese, che un mallevadore come il proletariato si assumesse dinanzi alle grandi masse popolari il compito di testimoniare che dell’attuale rovina economica non bisogna incolpare nessuno, ma che dovere universale sia quello di soffrire pazientemente, di lavorare tenacemente, attendendo che le attuali fratture siano rinsaldate e che un nuovo edifizio sia costruito sulle attuali rovine.

Il campo del controllo risulta quindi il campo su cui borghesia e proletariato lottano per contendersi la posizione di classe dirigente delle grandi masse popolari. Il campo del controllo risulta quindi essere il fondamento su cui la classe operaia, essendosi conquistati la fiducia e il consenso delle grandi masse popolari, costruisce il suo Stato, organizza le istituzioni del suo governo, chiamando a farne parte tutte le classi oppresse e sfruttate, e inizia il lavoro positivo di organizzazione del nuovo sistema economico e sociale. Attraverso la lotta per il controllo—lotta che non si svolge nel Parlamento ma che è lotta rivoluzionaria di masse e attività di propaganda e di organizzazione del partito storico della classe operaia, il Partito comunista, la classe operaia, deve acquistare, spiritualmente e come organizzazione, coscienza della sua autonomia e della sua personalità storica. Ecco perché la prima fase della lotta si presenterà come lotta per una determinata forma di organizzazione. Questa forma di organizzazione non può essere che il Consiglio di fabbrica e l’organizzazione, accentrata nazionalmente, del Consiglio di fabbrica.

Questa lotta deve avere come risultato la costituzione di un Consiglio nazionale della classe operaia che sia eletto, in tutti i suoi gradi, dal Consiglio di fabbrica al Consiglio urbano, al Consiglio nazionale, con sistemi e secondo una procedura fissati dalla classe operaia stessa, non dal Parlamento nazionale, non dal potere borghese. Questa lotta deve essere condotta nel senso di dimostrare alle grandi masse della popolazione che tutti i problemi esistenziali dell’attuale periodo storico, i problemi del pane, del tetto, della luce, del vestito, possono essere risolti solo quando tutto il potere economico, e quindi tutto il potere politico, sarà passato nelle mani della classe operaia, deve cioè essere condotta nel senso di organizzare intorno alla classe operaia tutte le forze popolari in rivolta contro il regime capitalista, per ottenere che la classe operaia effettivamente diventi classe dirigente e guidi tutte le forze produttive a emanciparsi attraverso l’attuazione del programma comunista. Questa lotta deve servire a porre la classe operaia in grado di scegliere nel proprio seno gli elementi piú capaci ed energici per farne i suoi nuovi capi industriali, i suoi nuovi guidatori nel lavoro di ricostruzione economica.

Da questo punto di vista il disegno di legge presentato dall’onorevole Giolitti alla Camera dei deputati rappresenta solo un mezzo di agitazione e di propaganda. Cosí esso deve essere esaminato dai comunisti, per i quali, nonché essere un punto di arrivo, esso non è neppure un punto di partenza e di appoggio.

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