AFFONDO ALLA REPUBBLICA

AFFONDO ALLA REPUBBLICA

(di Patrizio Andreoli, responsabile Politiche Organizzazione della segreteria nazionale PCI)

In un pomeriggio romano di primo autunno mobile e nervoso -quello dell’8 ottobre 2019-, con 553 voti a
favore ed appena 14 contrari la Camera dei Deputati in IV lettura ha approvato in via definitiva il taglio di
un terzo degli eletti nelle assemblee di Camera e Senato. Il tutto, ferma restando una legge elettorale che
per nostra parte già giudicavamo iniqua ed in radice antidemocratica destinata oggi ad incepparsi e a
slabbrare in via ulteriore il rapporto tra eletti e rappresentanza, esaltando il carattere oligarchico del
sistema e il ruolo pigliatutto di alcune forze politiche (stante l’attuale geografia dei collegi, in cinque
Regioni -per esempio- oggi non si eleggerebbe con meno del 25% dei suffragi di lista ricevuti!). La
democrazia, così, non è più sistema partecipativo inclusivo teso ad allargare la base rappresentativa reale
del Paese e via via l’accesso alla direzione dello Stato, ma gioco del “Monopoli” istituzionale, gioco di
Borsa, consiglio d’amministrazione ristretto dove lacciuoli e regole rimandano al possesso di sostanziosi
pacchetti azionari (i voti) mercé sbarramenti elettorali, premi di maggioranza anticostituzionali, collegi
mille volte ridisegnati secondo le convenienze di questo o di quel soggetto politico lungo una linea di
severo snaturamento del rapporto tra eletti e territorio.
Si ricordi questa data, a segno d’infamia e di abdicazione ad una sufficiente coscienza critica del Paese per
grande parte in questi anni oscurata e ridotta a mera indignazione morale dispersa; a segno dello
sfondamento materiale di pulsioni e pratiche populiste dagli urgenti e gravi riverberi sull’assetto
istituzionale; a segno di responsabilità politiche non riducibili del Partito Democratico oggi piegatosi
sulla scorta di convenienze contingenti e del necessario sostegno al nuovo Governo (costi quel che costi),
ad un giudizio favorevole sul provvedimento finale laddove per ben tre volte lo stesso si era
recentemente espresso in via contraria. Siamo molto oltre l’antico vizio trasformistico e il gattopardismo
dei gruppi di riferimento al potere. A suo modo, un tempo anche il trasformismo tendeva a mantenere
(almeno sul piano formale) un proprio stile, tentando di procurarsi una giustificazione politica di
spessore. Oggi il guasto è più serio. Siamo alle piroette e torsioni del momento, alle alzate d’ingegno
propagandistiche che contano su una politica priva di respiro e di memoria pubblica condivisa, triturata
dall’attimo, dal commento social, dalla battuta ad effetto. Quello che oggi è dato e detto come
fondamentale, vive lo spazio di un mattino, il tempo di un titolo di giornale per essere domani già
sopravanzato. La coerenza con ciò che appena ieri si è sostenuto non è più valore di riferimento a
conferma della propria serietà, ma impedimento. E’ che a forza di proclamare una visione laica e non
ideologica, a forza di abbandonare ancoraggi ideali e legami coi propri (antichi) ceti sociali di riferimento
a pro di un indistinto rapporto coi cittadini e con la gente (espressione che trovo in sé orribile quanto
indistinta), tutto quel che resta è il potere, la sua gestione cinica e spregiudicata, l’accesso a quella che un
tempo si chiamava “la stanza dei bottoni” oggi ridotta ad un condominio di poteri e sottopoteri spesso
confliggenti. Così, nel Pd più che una ferma difesa della Costituzione hanno potuto gli accordi in cammino
col Movimento 5 Stelle in questa o quella Regione in cui si andrà presto al voto. Uno scambio indecente
sul piano civile e politico, e drammaticamente diseguale. Uno scambio tra l’immediatezza di un atteso
guadagno elettorale (da cui, forse, dipenderà la stessa tenuta di quel partito) e valori permanenti della
vita democratica e della Repubblica attinenti a rappresentanza ed esercizio della sovranità. In proposito,
sovvengono le parole con cui in altri tempi e in altro contesto, il vecchio liberale Vittorio Emanuele
Orlando additava nel 1947 le responsabilità del Governo in carica De Gasperi (nell’occasione si
discutevano le condizioni di pace imposte all’Italia): “…non mettete voi stessi di fronte a così paurosa
responsabilità. Questi son voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future, si risponde nei secoli di
queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità!”. Ecco: cupidigia di potere vendutaci per realismo e
necessità democratica richiesta a gran voce dal popolo. Un’apoteosi di demagogia e di populismo. E’
davvero tragico constatare come nella storia degli uomini s’inventi di rado qualcosa di veramente nuovo!
Già gli antichi definivano i demagoghi “adulatori del popolo”. Aver ridotto un terzo dei parlamentari in
assenza di una riforma organica dei termini della rappresentanza popolare, non ha migliorato la nostra
democrazia parlamentare; l’ha solo selvaggiamente mutilata. Un fatto politico di cui si è fatta a gran voce
portavoce una forza come il Movimento 5 Stelle che lasciandosi spesso intuire dal senso comune quale
forza a sinistra e di sinistra, si è dimostrata invece tradurre -come in questo caso- un nucleo valoriale
della destra in scelte politiche di destra. Va detto con chiarezza dando un giudizio politico netto,
soprattutto da parte dei comunisti. D’altronde nell’eclettismo culturale di tale Movimento che ama
impropriamente definirsi forza “post ideologica”, convivono spinte molto diverse. Alcune sinceramente
democratiche, altre spacciate per tali anche se riconducibili ad un mix di pulsioni contrastanti ed
inconciliabili, comprese quelle di una sorta di aggiornato diciannovismo agito in nome di un nuovo
vitalismo che solo può sorgere sulle macerie dei vizi e del ciarpame della vecchia politica, dell’attacco alla
casta (in cui frettolosamente vengono collocati tutti e di tutto) e alla vecchie forme della rappresentanza
(basti pensare che cos’è la piattaforma Rousseau e il plebiscitarismo telematico a cui rimanda). Da qui il
gesto demolitore ed eclatante, la traduzione della riduzione dei parlamentari come una grande ed attesa
conquista democratica che vale in sé e per sé in quanto tale. Insomma, siamo all’apoteosi del bel gesto
compiuto in nome del popolo. Pericolosa demagogia e grave deriva che agitando la difesa degli interessi
popolari, agisce contro di essi. Non senza pertinenza John McCormick (Università di Chicago) inserendosi
nel dibattito avviato sulla natura e le ragioni del populismo (lui, che sostiene l’utilità di un populismo
democratico!) scriveva non molto tempo fa su una rivista inglese come “Il populismo è l’altra faccia della
medaglia della normalità politica nelle repubbliche elettorali”. Esso “è inevitabile nei regimi politici che
aderiscono formalmente ai principi democratici ma di fatto escludono il popolo dal governo”. Un giudizio
severo che racconta molto della condizione di democrazie, quali la nostra, che pur perseverando nel
proclamarsi formalmente democratiche, di fatto vanno disegnando un sistema di regole ed uno Stato
sempre più diseguali e autoritari. Non è infine privo di significato e peso politico che tale provvedimento
sia stato compattamente votato anche dalla destra moderata e da quella leghista e fascista che annusando
il vento, sono già da tempo in moto, mobilitate a sostegno dell’elezione diretta del Presidente della
Repubblica, dell’uomo designato direttamente dal popolo, del nuovo demiurgo che solo al popolo
risponde in barba ai corpi sociali, ai contrappesi, alla Costituzione antifascista.
Serve un nuovo sistema elettorale proporzionale puro e privo di correttivi. L’unico in grado di tradurre in
maniera reale nelle assemblee elettive il volto reale del Paese e della crisi ridando voce alle classi
subalterne. Il Movimento 5 Stelle intanto esulta, gridando trattarsi di un vittoria storica e passaggio
epocale per la nostra democrazia. Condividiamo. Sì. Non poco di eccezionale è avvenuto. Ma per noi
trattasi di un disastro democratico, del più grave attentato portato a compimento ai danni delle regole
democratiche dai tempi della Legge truffa (1953) e delle leggi ad personam berlusconiane. Il punto, per la
sinistra di classe e segnatamente per noi comunisti, consiste nel come risalire la china. Solo un nuovo
progetto di riscatto e cambiamento, una riforma intellettuale e della politica in grado di connettere in via
nuova bisogni, interessi materiali e lotta sociale, possono assumere il peso, i tempi, il livello di tale sfida.
Sotto questa luce, lo stesso Progetto di ricostruzione del Pci di cui intendiamo aver cura e la
riproposizione della questione comunista, non possono che essere leva di un’aggiornata proposta
generale di trasformazione per il socialismo. (11 ottobre 2019)

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