7 luglio 1960: per i morti di Reggio Emilia

Un filo rosso lega Genova e Reggio Emilia. Il 30 giugno 1960 i lavoratori genovesi – sia i portuali che quelli delle fabbriche – e gli studenti scesero in piazza per manifestare contro la scelta scellerata di tenere nella città medaglia d’oro per la Resistenza il congresso del MSI e, di conseguenza, contro il governo Tambroni, che si reggeva grazie all’appoggio parlamentare dei missini.

Nei giorni successivi lo sdegno portò altre città a scendere in piazza e, il 7 giugno la polizia sparò contro i lavoratori di Reggio Emilia, falciando cinque vite. Riportiamo questa riflessione (scritta due anni fa) del compagno Alessandro Fontanesi. In fondo all’articolo trovate un video della canzone “Per i morti di Reggio Emilia”, nella versione degli Stormy Six.


“Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi bandiera rossa”, quante volte ne abbiamo ripetuto i versi con grande trasporto emotivo, eppure 55 anni dopo quegli eventi che insanguinarono le strade della nostra città, quelle strofe risuonano quanto mai lontane, di un epoca che probabilmente i nostri concittadini non sentono affatto appartenergli.

Certo più di mezzo secolo è un ” pezzo” di storia non breve, ma non sufficiente a giustificare come nelle nostre scuole, di quanto avvenuto nel luglio 1960 a Reggio Emilia, non vi sia la minima menzione e questo non da oggi. Non per agitare il solito feticcio dell’anti politica, tra gli attuali nostri deputati e non di certo meno tra quelli che di poco li hanno preceduti, in quanti saprebbero rispondere a una domanda su cosa rappresenti il 7 luglio 1960?

Fatti lontani non solo nel tempo, ma soprattutto culturalmente, a cui va aggiunta la mancanza di giustizia per chi è morto e per i rispettivi famigliari e che, anno dopo anno, è come se quei cinque nostri concittadini venissero uccisi nuovamente, uno per ogni anno trascorso senza la doverosa giustizia. Non solo recentemente si sono succeduti timidi impegni a riguardo, addirittura promesse sempre rimaste disattese in anni più lontani, ma è rimasta sostanziale la volontà politica di non arrivare ad alcun tipo di giustizia. Perché dopo 55 anni al governo del Paese ci sono gli epigoni di quelle forze politiche che allora furono protagoniste della violenta repressione di piazza, per giunta insieme agli eredi di chi quella sanguinosa repressione dovette subirla, certo non un dettaglio marginale, considerando soprattutto a come si è arrivati a questa sorta di compromesso politico tra ex. Ex comunisti, ex democristiani, ex fascisti.

Che vergogna!

Eppure Farioli, Franchi, Tondelli, Serri e Riverberi in piazza sono morti per le idee in cui credevano, erano tutti e cinque comunisti, tre di loro addirittura erano stati partigiani. Sapevano che durante quel luglio 1960 era in atto un disegno politico ben preciso, reprimere non solo il dissenso popolare, ma ancor più gravemente archiviare quel patto giurato sancito con la Resistenza antifascista, ossia la Costituzione. La ribellione, se così la vogliamo chiamare, di quel torrido luglio, non fu la prerogativa della sola generazione con le magliette a righe e come spesso sbrigativamente lo si vuole far sembrare, ma lo fu di tutto il nostro popolo da nord e sud del Paese, ne sono di fatti a conferma la variegata eterogeneità di quei cinque caduti, la cui età era compresa tra i 19 anni di Ovidio Franchi e i 41 anni di Marino Serri. Un popolo dunque che aveva buona memoria e che ben sapeva cosa significava sdoganare i fascisti ad appena 15 anni dalla fine della guerra di Mussolini, con annesse tutte le implicazioni passate. E non casualmente lo sapeva altrettanto bene la DC, sospinta dai dollari americani, con quel Tambroni che sull’onda dello sdegno popolare dovette dimettersi. Per chiudere quel cerchio reazionario, mancò tuttavia il non aver capito quanto il nostro popolo fosse unito e consapevole che la sola strada della Costituzione era quella da percorrere per il suo progresso sociale.

Quel disegno non venne però archiviato, ma riproposto con ancor più folle violenza, circa 10 anni dopo a Piazza Fontana, poi a Piazza Loggia e alla stazione di Bologna, dieci anni che flagellarono la piazze italiane, l’uso indiscriminato delle bombe, la guerra ai civili, le stragi fasciste, accomunate ai fatti di Reggio per gli stessi depistaggi, le collusioni politiche dello Stato con gli assassini a la medesima mancanza di giustizia per gli innocenti che pagarono colpe che non avevano. Furono quelli gli anni in cui trovarono compimento le più grandi conquiste sociali nel nostro Paese, sempre nel solco tracciato dalla Costituzione, una Costituzione che sembra essere diventata oggi il prezzo da pagare, o da sacrificare, per il baratto politico tra ex, pur di governare a qualunque costo. Ex comunisti, ex democristiani, ex fascisti. Che vergogna! Il 7 luglio 1960 è un storia che parla al presente oggi ancor di più che in passato, perché si sta perdendo nell’indifferenza quanto invece i caduti del luglio reggiano sapevano che andava difeso, come durante la Resistenza. I diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, il diritto ai beni comuni come l’acqua, la Costituzione, memori di quel passato e dai quali non dovremo permettere a nessuno di farci tornare indietro.

Alessandro Fontanesi

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