“Fuori l’Italia dalla Nato”, un vecchio slogan per un tema attualissimo

Riportiamo il discorso conclusivo del convegno “Fuori l’Italia dalla Nato. Imperialismo e guerre; sì al disarmo nucleare; no all’occupazione militare della Sardegna” che si è tenuto a Cagliari sabato 7 ottobre 2017.

Juri Carlucci
Dipartimento Esteri PCI *

Care Compagne e Cari Compagni,

innanzitutto un caro saluto agli organizzatori di questo Convegno e in particolare al segretario regionale del PCI Giuseppe Ibba e ai compagni Sandro Puliga e Piero Manunta. Portandovi i saluti del compagno Fosco Giannini, responsabile del Dipartimento Esteri del PCI, inizio questo mio intervento conclusivo.

Questo lunghissimo periodo, gli ultimi 25 anni, è stato costellato in Europa e tutto intorno il vecchio continente, da guerre fratricide e conflitti armati a bassa intensità, distruzione di stati e fuga in massa di popoli verso la salvezza. Ormai è sotto gli occhi di tutti: sono conflitti generati da forze non occulte ma spregiudicate e ben visibili. Sono conflitti studiati con metodo, frutto di esperienza militare, calcolo politico, gestiti con longa manus da raffinati scienziati del diritto e dell’alta finanza; conflitti che vedono la presenza, usata abilmente, delle fasce popolari (sottoproletariato), senza particolare cultura ma ben radicate nei territori di guerra, affamate e pronte a piegarsi al signore della guerra di turno, anch’egli vassallo di altri.

Da tempo, anche a sinistra, anche noi purtroppo, abbiamo l’abitudine a non distinguere, se non con grande fatica e studio quotidiano, una guerra dall’altra, un popolo, una minoranza linguistica, una stirpe, dall’altra. Anche questa attitudine, non solo italiana, ma europea e direi soprattutto nordamericana (conoscendo il grado di impegno scolastico statunitense), è una mera contraffazione della cultura e dell’intellettualità di ogni singolo cittadino e cittadina. Chi governa sa bene che chi è governato non deve conoscere, altrimenti il re è nudo.

Ma vi sono altre grandi responsabilità, affini a quella dei governi, che è bene non trascurare. Il movimento pacifista e contro la guerra, in Italia e in Europa, già da 15 anni è scomparso dalla scena. Perché? Sono forse terminati i conflitti che animarono l’ultima stagione di battaglie quotidiane tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio? Quali sono le cause di questo immenso riflusso, per usare un vecchio termine? Metto in campo alcune risposte. Il movimento contro la guerra negli anni a cavallo tra il G8 di Genova e lo scoppio della guerra in Afghanistan e in Iraq, ha avuto un ruolo e svolto un’azione determinante sia per volume e qualità di iniziativa politica, sia per la partecipazione attiva di una intera generazione di giovani e giovanissimi nuova alla politica, sia per lo scambio, con l’utilizzo delle nuove tecnologie, di informazioni (e dunque producendo controinformazione), con le altre piazze del mondo in agitazione, ma ha perso. Ha perso perché la guerra non l’ha fermata ed ha perso, perché alcuni partiti politici, con esso schierato, l’hanno abbandonato prima della sconfitta; ha perso perché i governi hanno usato la forza, come si fa in un campo di battaglia, terrorizzando, minacciando, ed incarcerando, migliaia di attivisti e dimostranti, usando metodi di tortura di massa. Quel movimento ha perso perché si è lasciato strumentalizzare dagli stessi organi di informazione che voleva superare e si è diviso sull’uso o meno della resistenza attiva o passiva contro il potere coercitivo delle polizie schierate dai governi. Di là in poi, movimenti a sinistra di calibro nazionale, non se ne sono visti più, senza contare lo svuotamento culturale e politico nei luoghi di lavoro e nelle università italiane, la cessazione di innumerevoli testate editoriali e il conseguente declino dei partiti di sinistra che inevitabilmente hanno prodotto la non rappresentanza in Parlamento del campo comunista, pacifista e antimperialista.

Dobbiamo allora parlare di crisi della politica? O di crisi della politica internazionale? Direi di no, troppo semplicistico, e a ben vedere forse neanche vero. Chi è al governo oggi fa o non fa politica? A Roma o a Bruxelles, a Washington o a Berlino, fanno politica? Direi di sì, prendono decisioni politiche, spendono risorse dello stato per la politica economica e finanziaria e fanno affari, anche sporchi affari, ma che producono PIL, si incontrano nei meeting in giro per il mondo e stringono nuovi patti e accordi militari. Dal loro punto di vista la politica non è in crisi, tutt’altro. Guardate all’Italia: i governi succedutisi dal 1948 ad oggi non hanno mai messo in discussione, ad esempio, la nostra subalternità politica e militare verso gli Stati Uniti d’America, anzi, come abbiamo visto oggi in questo convegno, la ferrea amicizia e la contiguità politica (con relativa subordinazione della politica alla economia militare), ha consegnato uno stato nelle mani dell’altro. Penso sia la forma dello stato di diritto ad essere in crisi, non la politica in se.

Dopo questa lunga serie di interventi, avete potuto ascoltare e rendervi ancor meglio conto, di quanto la nostra nazione sia ridotta a zerbino degli Stati Uniti e della Alleanza NATO (che trova, come sinonimo nel dizionario, il governo a stelle e strisce). Più di 17 miliardi di euro nell’anno in corso saranno spesi per coprire la voce, nel bilancio della Difesa italiana, Forze Armate. Eppure la stessa NATO per bocca del suo capo, Jens Stoltenberg, chiede al governo italiano almeno il doppio, ovvero almeno il 2% del PIL (siamo fermi all’1%). Come è possibile non vi sia una rivolta di massa contro questo scempio? Su quasi tutte le regioni italiane sono situate basi navali, aeree e dell’esercito nordamericano, ha insistito questa sera chi mi ha preceduto; qui in Sardegna ne possiamo addirittura contare 15, con un poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali, in cui si addestra la Sesta flotta americana e della NATO che abbraccia 100 km di costa tra due province, da Cagliari ad Oristano, 7200 ettari di terreno e 70.000 ettari “off limits”. In Sicilia, altrettante basi, depositi e stazioni. Non solo Sigonella, base americana conosciuta in tutto il mondo, è avversata dal movimento siciliano pacifista e contro il nucleare, ma anche il sofisticatissimo sistema MUOS, sorto nei pressi del comune di Niscemi, un sistema di comunicazioni satellitari gestito direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che prevede quattro basi (stazioni di terra), e quattro satelliti geostazionari (più uno di scorta), in sostituzione del vecchio sistema satellitare operativo sino ad ora e che consentirà, ad ogni unità mobile dislocata ovunque nel globo, di potersi connettere  e scambiare dati di ogni tipo, sia tra loro sia con il quartier generale. Il MUOS in Sicilia, costituito da 3 grandi antenne, è stato contestato dinnanzi le corti competenti, per forti dubbi, avanzati da scienziati e medici, sulla potenza delle onde elettromagnetiche che rilascia, potenzialmente nocive per l’uomo; dobbiamo considerarlo, dunque, per quello che è, ossia, una istallazione militare di ultima generazione che serve ad uno stato in guerra con mezzo mondo! Il Partito Comunista Italiano va fiero di annoverare tra i suoi iscritti, dirigenti in campo contro queste mostruosità e da qui stasera lanciamo un saluto in solidarietà con le decine e decine di militanti di diverse organizzazioni politiche e associative che dal prossimo dicembre affronteranno un processo per aver voluto manifestare la loro indignazione in piazza. Nessun passo indietro! In queste ore il popolo siciliano è di nuovo in piazza a Niscemi, ma per festeggiare: questa sera verrà inaugurato, ed aperto al pubblico, la sede del Movimento NO MUOS, premiato a livello internazionale per la sua azione sociale e politica di salvaguardia del territorio e della pace.

 E allora ci chiediamo: una parte della società italiana chiede che vengano rispettate le leggi locali e l’ambiente, il diritto internazionale e la sovranità popolare, ma cosa fa il governo italiano per rispettare l’articolo 11 della Costituzione italiana? cosa fa per rispettare la legge numero 185 del 1990 ovvero le “norme sul controllo dell’importazione, dell’esportazione e del transito dei materiali di armamento”? Aumenta gli affari ed insegue gli alleati nella istituzione di missioni militari fuori i propri confini. I dati sono allarmanti e giungono direttamente dalla presidenza del Consiglio dei ministri che per legge informa il Parlamento italiano: 85,7% nel 2016 in più rispetto all’anno precedente per spese destinate alla Difesa e alle Forze Armate, come se l’Italia fosse uno stato in guerra, una guerra vera, con morti e distruzione come l’abbiamo vista in Siria negli ultimi sei anni. Vendiamo bombe, siluri e razzi a 82 paesi, si legge nella relazione, ed importiamo motorizzazione ed elettronica per far volare jet da combattimento di ultima generazione, preparati per il trasporto di ordigni nucleari. E di questo passo ci ritroviamo con 29 missioni militari attive in 20 Paesi: i militari italiani sono presenti In Afghanistan, Libia, Libano, Kosovo, nel Mediterraneo, in Mali, in Somalia, in Turchia etc. e addestriamo truppe irachene e in Kurdistan. Il Partito Comunista Italiano si oppone e si opporrà al reiterarsi di questo sperpero di risorse frutto delle tasse pagate col lavoro dalle lavoratrici e dai lavoratori italiani e dai pensionati, e chiede con forza la fine delle missioni militari all’estero perché l’Italia possa finalmente essere un paese neutrale, sovrano ed indipendente!

Fuori l’Italia dalla NATO e fuori la NATO dall’Italia! Questo slogan urliamo nei cortei da 50 anni. Ma anche qui è giusto approfondire un minimo. La nostra struttura politica si richiama alla storia del Partito Comunista Italiano, ai valori di quel Partito argine del fascismo, della violenza dei governi democristiani e di destra, garante dei diritti di tutti e tutte nel mondo del lavoro. Sono oggi con voi nella terra, la Sardegna, che ha dato i natali ad Antonio Gramsci e ad Enrico Berlinguer e fu quest’ultimo ad esprimere la posizione del PCI nei confronti della NATO negli anni ’70 quando iniziò la sua stagione di Segretario. Ebbene si gridò allo scoop quando apparve il 15 giugno del 1976 un articolo/intervista sul Corriere della Sera nel quale Berlinguer dichiarava (e sosteneva) di non volere che l’Italia uscisse dal Patto Atlantico. Era veramente una notizia bomba? Cosa muoveva il Segretario del PCI a fare quelle dichiarazioni, che non apparvero subito sull’Unità. Milioni e milioni di comunisti lessero quella intervista che però non era una analisi. Il PCI conosceva già la posizione strategica della Segreteria e del Segretario da due anni. La lunghissima Relazione al Comitato centrale del PCI, (Berlinguer “La proposta comunista – Einaudi 1975), in preparazione del 14° Congresso è datata 10 dicembre 1974. Berlinguer scrive: “Non porre dunque, come questione pregiudiziale, l’obiettivo dell’uscita dal Patto atlantico non può certo significare rinuncia a sviluppare rapporti politici, diplomatici e di cooperazione economica che sono sempre più indispensabili per assicurare il progresso del nostro paese, nella difesa e affermazione della nostra dignità nazionale”; ed il giudizio sulla NATO, nella stessa Relazione è categorico e perentorio, ancora Berlinguer: “Il Patto atlantico fu strumento per alimentare la guerra fredda, per interrompere i processi di rinnovamento avviati con la grande guerra antifascista e con la vittoria sul nazifascismo. Fu strumento per favorire e consolidare – all’interno dei singoli paesi, come l’Italia – la rottura dell’unità delle forze antifasciste e popolari e, in tal modo, consentire la restaurazione capitalistica e lo sviluppo monopolistico, attraverso un’aspra lotta contro la parte più avanzata del movimento operaio e popolare”.

Oggi la nostra cultura di comunisti e comuniste è la nostra forza, oggi che ci siamo riuniti nella ricostruzione del Partito Comunista Italiano e abbiamo avviato con l’Assemblea dello scorso anno a Bologna, un nuovo percorso, presentando le nostre tesi che hanno trovato nuova estetica nel Programma del Partito, ovvero, “Le proposte del PCI per il cambiamento sociale e politico dell’Italia”. Compagni e Compagne! Mobilitarsi, con spirito internazionalista contro l’imperialismo e lottare contro le sue guerre, per l’uscita dell’Italia dalla NATO e per ricostruire un forte movimento contro la guerra ed i conflitti dei signori della guerra predatori di risorse naturali, a fianco delle mobilitazioni contro le basi USA e NATO. Il PCI darà battaglia contro le politiche liberiste perpetrare dall’Unione europea e contro il suo progetto neo-imperialista, un progetto che è nostro compito, disvelare alle masse, radicalizzando il conflitto tra i lavoratori e le lavoratrici  e nelle piazze, costruendo iniziative e un fronte di lotta il più vasto possibile, scavando un solco tra noi e questa Unione europea irriformabile. Euro ed Unione europea non a tutti i costi, abbiamo scritto nelle nostre tesi, ma al contrario studiare e proporre forme di liberazione dalle imposizioni liberiste della Ue, facendo fronte con le forze anticapitaliste e della sinistra di classe europee.

Per questo, care Compagne e cari Compagni, non ci possiamo fermare qui, e guardiamo avanti! La proposta politica del nostro Partito alle organizzazioni, alle associazioni e a tutto il movimento schierato contro la presenza delle basi NATO e americane in Italia è questa: ragioniamo e discutiamo la possibilità di costruire ed organizzare nei prossimi mesi una giornata di lotta, a Roma, dinanzi Parlamento e Governo ed in seguito in una assemblea pubblica, ponendo tutti i punti sollevati oggi in questo convegno a base di una piattaforma che rivendichi, oltre la sovranità popolare, principio cardine della nostra Carta del ’47, la salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini, imprescindibile, la richiesta della messa al bando del nucleare per scopi bellici e l’immediata mappatura, ricorrendo alla magistratura inquirente se necessario e al coinvolgimento di Parlamentari, Sindaci e Consiglieri regionali, delle testate nucleari presenti sul territorio dello Stato italiano per denunciarne la pericolosità e liberarcene al più presto, (si veda sul punto uno studio del Senato della Repubblica datato 2007 intitolato “Le basi americane in Italia – problemi aperti”).

Compagni e Compagne mi avvio alla conclusione.

Tra un mese esatto la storia ci pone un traguardo, che potremo attraversare insieme: 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, Rivoluzione che ha cambiato il corso del 20° Secolo, Rivoluzione di masse popolari guidate dal Compagno Lenin, che si scrollarono di dosso le catene zariste, per prendere il potere, amministrarlo e decidere, quella Rivoluzione che fece gridare a Gramsci, pochi anni dopo, in un lungo articolo sull’Unità, il 7 ottobre del 1924: “Ne fascismo ne liberalismo: soviettismo!“, intendendo come solo una nuova organizzazione della società e del movimento operaio potesse sconfiggere le forze reazionarie e borghesi al potere. Il Partito Comunista Italiano sarà, durante i festeggiamenti per il Centenario, a San Pietroburgo, per partecipare al summit dei Partiti Comunisti e Operai e a Mosca, con una folta delegazione. Stiamo costruendo un Partito internazionalista ed è nostro dovere fare il massimo sforzo politico ed organizzativo!

Prima di congedarmi vi chiedo di ascoltare queste parole, le parole di un vero combattente per la libertà e la liberazione dei popoli: “Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d’America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio ricettivo, e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria”. Sono parole del Comandante Ernesto Guevara al termine di un messaggio inviato nell’aprile del 1967 ai popoli del mondo, sei mesi prima di essere assassinato il 9 ottobre di 50 anni fa.

Vi ringrazio.

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