Caso Regeni: un’intervista fuori dal coro

Dal sito del nazionale, con nota introduttiva di Bruno Steri, della Segreteria Nazionale del PCI.

Non è la prima volta che sul nostro sito pubblichiamo articoli che presentano posizioni “fuori dal coro”.

Non per caso: non si tratta della ricerca di sensazionalismo ma della necessità di fornire a chi legge, elementi di valutazione – soprattutto su delicate questioni di politica internazionale  – che sulla grande stampa non sono presi in considerazione o sono letteralmente messi all’indice, stante lo stretto controllo sull’informazione esercitato dal cosiddetto “pensiero unico”.

E’ il caso di questa intervista al generale Leonardo Tricarico, ex consigliere militare e sulla sicurezza presso Palazzo Chigi, ivi chiamato dall’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, nella quale si offre una prospettiva alquanto diversa da quella mainstream sulla vicenda dell’uccisione del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni.

Un gran clamore critico ha suscitato in questi giorni la decisione del governo italiano di reinsediare il proprio ambasciatore in Egitto, senza che sia stata fatta ancora chiarezza su quella morte e sul ruolo che si ritiene abbiano svolto le forze di sicurezza egiziane.

I genitori del giovane hanno reso nota la volontà di recarsi al Cairo e di rendere pubblica la loro indignazione.

L’opposizione parlamentare (in particolare il Movimento 5 Stelle e Sinistra italiana) hanno inoltrato sul merito una formale protesta.

Nel rispetto dovuto al dolore di una famiglia duramente colpita, il generale Tricarico dissente tuttavia da tali iniziative e delinea un teatro geopolitico e un reticolo di responsabilità assai più complessi.

In particolare: egli invita a spostare lo sguardo dagli esecutori materiali ai possibili mandanti (su cui viceversa regna il più totale silenzio); tenendo altresì presente che, nel corso dei 10 anni  trascorsi in Inghilterra, Giulio aveva lavorato per il think-tank Oxford Analitica, un’agenzia di intelligence così descritta dal quotidiano La Stampa:

Il gruppo analizza tendenze politiche ed economiche su scala globale per enti privati, agenzie e ben cinquanta governi, una specie di privatizzazione di altissimo livello della raccolta di intelligence. Ha uffici, oltre che a Oxford, a New York, Washington e Parigi, e vanta una rete di 1,400 collaboratori. Promette “actionable intelligence”, informazioni su cui si possa agire, senza ideologie o inclinazioni politiche.
(da La Stampa Mondo, del 16-2-2016).

Ma soprattutto Tricarico punta il dito sull’opacità del mandato conferito a Giulio dall’Università di Cambridge nonché sul fatto che, a pochi mesi dall’uccisione del giovane ricercatore, l’università rinnovò l’offerta di incarico ad un altro giovane, successivamente lasciata cadere proprio perché quest’ultimo pretendeva garanzie di sicurezza e forme di accreditamento presso il governo egiziano.

La domanda posta da Tricarico è molto semplice: “chi c’è dietro e cosa si muove dietro questi incarichi?”.

Ovviamente tutto ciò ha a che vedere con la real politik e con gli interessi del nostro Paese.

Non è un dettaglio trascurabile il fatto che l’Egitto abbia ottimi rapporti con il libico Kahalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, che con il suo esercito controlla in Libia quasi tutti gli snodi del flusso di migranti e siti strategicamente decisivi per la sicurezza degli impianti petroliferi dell’Eni.

Tricarico ritiene importante stabilire “rapporti virtuosi nel Mediterraneo” (nella fattispecie, tra Italia e Egitto) e un atteggiamento costruttivo nei confronti della Russia di Putin. Rapporti che “qualche manina” vorrebbe inceppare.


Da: Tiscali news [L’intervista]_

Il generale: “Indagate sull’università di Cambridge che mandò Giulio Regeni incontro alla morte”

Parla il generale Dino Tricarico, ex consigliere per la sicurezza di palazzo Chigi. “Pochi mesi dopo Giulio, provarono ad inviare in Egitto un altro ricercatore. Bene ha fatto Gentiloni a rimandare l’ambasciatore al Cairo. Ora serve svolta anche con Mosca”

di Claudia Fusani

Le dieci pagine di inchiesta del New York Times. Gli attacchi politici e strumentali di 5 Stelle (Grillo: “Renzi e Gentiloni hanno mentito alla famiglia Regeni”), Sinistra italiana e Mdp al governo. Persino la richiesta dei Radicali di “aprire il Parlamento e informare le Camere” sulla decisione di inviare al Cairo l’ambasciatore dopo 18 mesi di assenza come ritorsione per l’omicidio del ricercatore. La rabbia, forse meglio dire la frustrazione della famiglia Regeni, di papà Claudio e mamma Paola che, con la consueta misura, esprimono “indignazione” per la decisione del governo. Annunciano un viaggio al Cairo già a settembre e vorrebbero al loro fianco “una scorta mediatica” perché il caso resti aperto. La Federazione nazionale della stampa la promette. Per finire, gli attacchi più meno diretti delle varie organizzazioni umanitarie, capofila Amnesty international.

Una nuova opportunità per far emergere la verità

Insomma, molto si sta movendo intorno al ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo. Tutte reazioni che però sembrano prescindere dal contesto geopolitico ed economico. Ne parliamo con il generale Leonardo Tricarico, ora presidente del think tank di analisti che fa capo a Icsa, consigliere militare a palazzo Chigi quando l’inquilino era D’Alema. Osservatore attento delle dinamiche geopolitiche nel teatro africano e mediorientale, Tricarico punta il dito contro “il Regno Unito e quelle manine che muovono i fili per alzare la tensione tra Roma e il Cairo”. Invita i genitori di Giulio a vedere questa storia con una prospettiva diversa. “Se fosse proprio il ritorno dell’ambasciatore a favorire la verità?”. Allargando il discorso, suggerisce anche quale deve essere il prossimo passo: “L’Italia ha bisogno di interloquire con la Russia di Putin”.

Generale Tricarico, lei è persona che ha sempre messo i diritti al primo posto. Il diritto alla verità e alla giustizia soprattutto. Cosa può dire alla famiglia Regeni?
“Comprendo il dolore per un figlio ammazzato dopo torture indicibili. Ma li inviterei ad osservare la faccenda anche da altri punti di vista. Ad esempio, io punterei il dito contro i mandanti più che contro gli esecutori. Contro i secondi c’è stata un’iniziativa forte, ci si augura che dal topolino venga fuori elefante. Ma nei confronti del mandante, purtroppo, nulla è stato fatto”.

Chi sarebbe il mandante?
”L’università di Cambridge che ha mandato al Cairo un giovane ricercatore come Giulio senza chiarire confini e rischi del suo mandato. Tutta la parte della storia relativa a Cambridge, ai professori, all’incarico di Giulio è ancora molto opaca. E questo non aiuta a trovare la verità”.

Si riferisce al fatto che Regeni, prima di andare al Cairo, aveva lavorato per un anno per Oxford Analitica, think tank che analizza le tendenze politiche-economiche su scala globale?
“No, mi riferisco al fatto che nel 2016, pochi mesi dopo la tragedia di Regeni, l’università di Cambridge ha provato ad ingaggiare un altro studente italiano e a mandarlo al Cairo per svolgere inchieste analoghe a quelle di cui si occupava Giulio (i modelli organizzativi dei sindacati, ndr). Cioè, gli inglesi ci hanno provato di nuovo. Perché? Qual è il vero obiettivo di quell’università?”.

Quel ragazzo è partito?
“No, fortunatamente il ricercatore ha messo alcune condizioni alla sua partenza, cose del tipo ‘vado solo se le autorità egiziane sono informate della mia presenza e del mio ruolo’. Cambridge ha lasciato perdere”.

Che significa?
“Che è necessario capire e sapere chi c’è dietro questi incarichi, cosa si muove. Questo è un aspetto totalmente trascurato in quel gigantesco buco nero che è il sequestro, le torture e poi il ritrovamento del cadavere dello studente friulano. Occorre indagare in questa direzione. Anche gli stessi genitori che vogliono verità e giustizia devono andare a guardare qui. Sono certo che da Cambridge passa un pezzo importante della storia”.

Palazzo Chigi, il premier Gentiloni che ha informato personalmente la famiglia, dicono che “l’invio dell’ambasciatore e la sua presenza al Cairo va nell’interesse della verità”. E’ d’accordo?
“Lo sto dicendo da due-tre mesi. Avere l’ambasciatore sul posto fa l’interesse della verità. Un’interlocuzione non zoppa è necessaria qualora dovessero essere percorse altre strade. E poi, non mi sembra che in questi 18 mesi lo strumento di massima pressione diplomatica abbia prodotto chissà quali risultati. Insomma, la famiglia invece che indignata dovrebbe sentirsi protetta. Ma davanti al dolore di una famiglia si può solo tacere”.

Si parla di “golpe d’agosto”, di decisione assunta quando il Parlamento è chiuso e il paese è distratto dalle vacanze per limitare le polemiche.
”Le polemiche infatti ci sono… Non sono d’accordo, non è stato un golpe. La procura parla di nuovi atti, di passi avanti nella collaborazione giudiziaria. Finalmente sapremo cosa hanno ripreso quelle telecamere (presenti sul luogo dove Giulio è scomparso, ndr). Ma ripeto, va allargato il campo di indagine, e puntare il dito sui mandanti. In questo caso non significa buttare la palla in tribuna…”.

Non negherà che ci sono molti altri interessi nazionali che passano dall’Egitto. Ha vinto la real politik?
”E da quando la real politik sarebbe qualcosa di disdicevole e di cui vergognarsi? L’interesse nazionale italiano consiste nel fatto che l’Egitto è un paese-cerniera che può giocare un ruolo decisivo su molti dossier. L’Egitto è tra i più ascoltati dal generale Haftar, il padrone della Cirenaica, verso il quale ha potere  di indirizzo e di supporto, non solo moral suasion nelle decisioni più importanti ma anche capacità militare. Non c’è dubbio quindi che se l’Italia è la prima vittima dello sbando della Libia, il processo di stabilizzazione di quell’area passa soprattutto da Haftar. Già questo mi pare un ottimo motivo per riaprire i nostri uffici al Cairo. Poi, come tutti sanno, l’Eni ha grossi interessi nell’area. E anche un centinaio di altre aziende che da oltre un anno sono in un pantano pericoloso. E poi Israele, Sudan…, tutte frontiere e stati che hanno, per motivi diversi, assoluta importanza”.

Trova riscontri l’ipotesi che l’omicidio Regeni sia stata un’operazione tesa a danneggiare i rapporti tra Roma e il Cairo?
”E’ più di un sospetto che la distensione e la restaurazione di rapporti virtuosi nel Mediterraneo, in Europa e nei confronti della Russia, siano meccanismi che qualche manina tende sistematicamente a fare inceppare. Soprattutto il crescente ruolo di Putin nella determinazione degli equilibri regionali specie con il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Quindi coloro che oggi gridano allo scandalo sono da considerarsi a tutti gli effetti  utili idioti per chi ha interesse a destabilizzare gli equilibri cui invece mira la nostra politica estera”.

Cosa dice alle organizzazioni umanitarie che oggi gridano al golpe d’agosto?
”Non mi hanno mai convinto i talebani dei diritti civili quando poi, magari lontano dai nostri occhi, assistiamo alla morte di migliaia di innocenti in Siria o tra i migranti. Esiste una sproporzione inaccettabile tra come vengono affrontate tragedie epocali e la perentorietà con cui ci si accanisce su un caso singolo”.

E’ giunto il tempo di levare le sanzioni alla Russia?
”I rapporti con Mosca devono essere esaminati in una dinamica più generale e consapevole. Putin non è più il nemico della Nato bensì il rappresentante di una grande nazione che ha il diritto ad avere un ruolo in un contesto internazionale”.

Il governo sta valutando diversamente il dossier Russia?
”Il governo cerca di interpretare con maggiore flessibilità questa questione. Non serve una svolta ma avere una posizione più possibilista. E’ necessario aprire un dibattito su questo senza atteggiamenti ostili o ideologici nei confronti di Putin”.

E la Francia?
“Dobbiamo tutelare i nostri interessi anche rispetto alla Francia di Macron”.

Torniano un attimo su Regeni. Cosa non la convince nella modalità di quell’omicidio?
“Ci sono state molte coincidenze strane. Ma non voglio fare illazioni, non è il mio mestiere”.

La più strana?
“Il fatto che il cadavere del nostro ricercatore fu fatto ritrovare (il 3 febbraio 2016, sul ciglio della strada tra il Cairo e Alessandria, una settimana dopo la scomparsa, ndr) mentre l’allora ambasciatore Massari era in sede per un ricevimento con l’allora ministro Guidi e una sessantina di imprenditori italiani”.

17 agosto 2017

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