30 giugno 1960, Genova si ribella al rigurgito fascista

La manifestazione in piazza De Ferrari

Il 30 giugno 1960 la Genova antifascista scese in piazza per impedire quella che, a tutti gli effetti, era una provocazione: il congresso del Movimento Sociale Italiano nella città Medaglia d’Oro per la Resistenza, quella che si era liberata da sola dal gioco nazi-fascista, pagando un duro prezzo in termini di vite umane. 

In questa occasione i lavoratori e gli studenti scesero in massa a manifestare il loro dissenso contro questo rigurgito di fascismo e i valori della Resistenza vennero affermati con forza dalla parte migliore della popolazione genovese. 

Riportiamo questa breve sintesi di quello che accadde, tratta dal post che un compagno ha messo sul suo profilo Facebook.

La provocazione del Movimento Sociale Italiano

La decisione, presa in una riunione di partito sabato 14 maggio 1960, di convocare il sesto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova, città decorata di medaglia d’oro della Resistenza e da cui era partita l’insurrezione del 25 aprile, fu presa come un’occasione per indebolire il governo Tambroni.

Inizialmente la convocazione del congresso missino al teatro Margherita, in via XX Settembre, non suscitò alcun tipo di reazione in città. A Genova sia la situazione politica sia quella sociale sono molto tese, anche a causa della recente chiusura di diverse industrie, tra cui l’azienda meccanica Ansaldo-San Giorgio. Nonostante si fosse nel pieno di quello che è stato definito il “boom economico”, le lotte sindacali contro le chiusure e le riduzioni di personale in generale si protraevano in città da circa un decennio.

LA REAZIONE DI GENOVA

Il 2 giugno il senatore comunista Umberto Terracini (che fu presidente dell’Assemblea costituente), durante un discorso tenuto a Pannesi, nel comune di Lumarzo (un comune della Val Fontanabuona, in provincia di Genova), nella ricorrenza della Festa della Repubblica, invitò le forze che si rifacevano ai valori della Resistenza a organizzare una riunione contro il congresso del MSI, ritenuto una provocazione contro Genova.

Sandro Pertini parla alla folla il 28 giugno 1960 in piazza della Vittoria

Il 28 giugno venne indetta una manifestazione di protesta, nel corso della quale Sandro Pertini, affermando la sua opposizione al congresso, disse: «La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori».

A questa manifestazione parteciparono circa 30.000 persone. Il discorso di Pertini, particolarmente appassionato, verrà soprannominato in genovese “u brichettu” (letteralmente “il fiammifero”) per aver simbolicamente “incendiato” la popolazione genovese.

Il 29 giugno la Camera del Lavoro cittadina indisse uno sciopero generale nella provincia genovese per la giornata del 30, dalle 14 alle 20, a cui si sarebbe aggiunto un lungo corteo per le strade della città, mentre il presidente dell’ANPI invitò tutti gli iscritti a partecipare alla manifestazione del 30.

LA MANIFESTAZIONE DEL 30 GIUGNO

Sia l’accesso alla zona di Portoria, sia alcuni cantieri del nascente centro dirigenziale di Piccapietra, vengono bloccati e presidiati dalle forze dell’ordine, mentre viene chiuso per lavori (fittizi) il vicino parco dell’Acquasola.

Tra i sindacati la UIL si opporrà alla manifestazione prevista, mentre la CISL lascerà ai propri iscritti libertà di scelta sulla partecipazione o meno.

Il 30 la manifestazione, seppur in un’atmosfera tesa, si svolge inizialmente senza particolari problemi: partendo dal primo pomeriggio da piazza dell’Annunziata, i manifestanti proseguono per via Cairoli, via Garibaldi, via XXV Aprile, piazza De Ferrari, via XX Settembre (dove vengono depositati alcuni fiori davanti al sacrario dei caduti, situato sotto al ponte Monumentale), per poi terminare in piazza della Vittoria, dove viene svolto un comizio dal segretario della Camera del Lavoro. Nelle foto della manifestazione si vedono sia politici sia comandanti partigiani che sfilano preceduti dai Gonfaloni della città.

Al termine della manifestazione parte dei manifestanti risalgono verso piazza De Ferrari, fermandosi lungo la strada sia davanti al teatro Margherita (controllato da gruppi di Carabinieri, che verranno provocatoriamente fischiati) sia davanti al Sacrario dei Caduti, dove vengono cantati degli inni della Resistenza. I manifestanti giungono così in piazza de Ferrari, dove molti si fermano nei dintorni della fontana centrale: qui sono presenti alcuni mezzi motorizzati della polizia, oltre ad agenti a piedi, e la situazioni comincia a peggiorare. Alle provocazioni dei manifestanti, che intonano canti partigiani e slogan contro le forze dell’ordine, queste provano a disperdere la folla con un idrante, per poi cominciare alcune cariche intorno alla fontana.

LO SCONTRO

A questo punto lo scontro diviene aperto: le camionette e le jeep della celere effettuano cariche sia nella piazza, sia nelle vie limitrofe, sia sotto i porticati della parte alta di via XX Settembre. I manifestanti, che continuano a fluire nella zona, nel frattempo si procurano attrezzi da lavoro, spranghe di ferro e alcuni pali di legno dai vicini cantieri edili, con cui colpiscono le camionette che si fermano e gli agenti a terra, mentre le forze dell’ordine cominciano a impiegare, oltre che i lacrimogeni, anche alcune armi da fuoco (ma solo una persona risulterà ricoverata per ferite da arma da fuoco). Alcune delle camionette della celere vengono incendiate (segni in parte ancora visibili sui mosaici del pavimento del porticato). Si registra il fatto che alcuni degli esponenti delle forze dell’ordine, tra cui il comandante della celere finito nella vasca della fontana, rimasti isolati e soggetti a violenze, vengono portati fuori dagli scontri da alcuni dei manifestanti.

Gli scontri si spostano anche nei vicini “caruggi”, gli stretti vicoli tipici del centro storico genovese, dove la popolazione residente “bombarda” con vasi e pietre lasciati cadere dalle finestre gli esponenti delle forze dell’ordine che inseguono i manifestanti. Gli scontri proseguono e gli organizzatori della manifestazione temono che, per porvi fine, venga ordinato alle forze dell’ordine di aprire il fuoco sulla folla, azione che avrebbe causato numerosi morti. Il presidente dell’ANPI, Giorgio Gimelli, si accorda quindi con alcuni ex-partigiani, tra cui un funzionario di polizia, per impegnare gli aderenti all’associazione per fermare gli scontri, avendo in cambio l’assicurazione che le forze dell’ordine si sarebbero ritirate senza effettuare nessun arresto. Al termine degli scontri si registrano 162 feriti tra gli agenti e circa 40 feriti tra i manifestanti.

LA CAPITOLAZIONE MSI CON L’ANNULLAMENTO DEL CONGRESSO

Il 1º luglio si registrano diversi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti in diverse parti d’Italia, tra cui Torino (manifestazione organizzata dal Pci, svoltasi in piazza Solferino) e San Ferdinando di Puglia (assemblea indetta dalla locale Camera del Lavoro). In un suo discorso alla Camera dei Deputati relativo agli scontri del giorno precedente, Sandro Pertini accuserà degli stessi la Polizia (“a provocare gli incidenti non sono stati i carabinieri, non le guardie di finanza: è stata la polizia”), accusandola di aver mantenuto un comportamento fazioso anche nelle manifestazioni dei giorni precedenti al 30 giugno.

La Camera del Lavoro di Genova indice uno sciopero generale per il 2 luglio, il primo giorno del congresso dell’MSI. Il prefetto Luigi Pianese convoca i responsabili della manifestazione e dell’MSI, proponendo un compromesso: il congresso del partito si sarebbe tenuto, ma al teatro Ambra di Nervi (come il teatro Margherita di proprietà della SARP di Fausto Gadolla, imprenditore genovese e al tempo da poco ex presidente del Genoa), mentre l’ANPI e le altre forze della sinistra avrebbero effettuato una manifestazione altrove. I missini però rifiutano l’accordo, sostenendo che avrebbero accettato il trasferimento solo se ai manifestanti fosse stato vietato di sfilare per il centro della città. La tensione in città comincia quindi a salire di nuovo. Il prefetto fa arrivare in città diversi reparti delle forze dell’ordine e dell’esercito, schierandoli in zone in cui potessero in qualche modo impedire l’afflusso dei manifestanti provenienti dai quartieri industriali verso il centro della città.

Il prefetto e il questore ritengono che il PCI e l’ANPI avrebbero potuto far intervenire alla manifestazione alcuni ex-partigiani per dar vita a incidenti di piazza, e valutano quindi come possibile l’uso delle armi da fuoco. Il questore tuttavia riteneva che il teatro Margherita fosse troppo vicino al sacrario dei caduti (50 metri circa), e che quindi l’unico modo per evitare nuovi scontri fosse lo spostamento della sede del congresso. Il giorno seguente la stessa SARP nega la disponibilità del teatro Margherita, dicendosi disponibile a ospitare l’incontro presso il teatro Ambra, ma il direttivo del Movimento Sociale, guidato da Arturo Michelini, respinse la proposta e decise di annullare la manifestazione denunciando: “le gravissime responsabilità che da un lato i sovversivi e dall’altro il governo si sono assunti nel rendere praticamente irrealizzabile un congresso di partito e nel tollerare una sfrontata violazione del codice penale vigente”. L’MSI rinuncia quindi al congresso, per ragioni “morali, politiche ed organizzative”. La Camera del Lavoro e i sindacati annullano lo sciopero previsto per il 2 luglio, mentre il giorno 3 si svolgerà una manifestazione che vedrà la partecipazione di diversi politici ed esponenti dell’antifascismo, tra cui Luigi Longo, Umberto Terracini, Pietro Secchia, Franco Antonicelli e Domenico Riccardo Peretti Griva. Durante la manifestazione si sosterrà che i manifestanti arrestati hanno dovuto agire per legittima difesa.

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