1922 – Colpo di Stato della borghesia

La Marcia su Roma

Il 20 febbraio del 1922 veniva costituita l’Alleanza del Lavoro, un cartello al quale aderivano sindacati e partiti politici antifascisti, avente come scopo la creazione di “un’alleanza delle forze proletarie” per rispondere allo squadrismo fascista e risolvere i problemi delle libertà politiche e sindacali attraverso la difesa della giornata lavorativa di otto ore. Il 31 luglio l’Alleanza proclama uno sciopero generale che, per bocca di Turati, dovrà essere “legalitario” nel senso che “i lavoratori devono assolutamente astenersi dal commettere atti di violenza che tornerebbero a scapito della solennità della manifestazione e si presterebbero alla sicura strumentalizzazione degli avversari; salvi i casi di legittima difesa delle persone e delle istituzioni, contro le quali, malauguratamente, la violenza avversaria dovesse scaricare i suoi furori…”. Lo sciopero, iniziato il 1° di agosto, scarsamente organizzato e privo di guida, durò ventiquattro ore e si rivelò un fallimento permettendo ai fascisti di esercitare violenze di ogni tipo sugli scioperanti. Nella sua monumentale biografia mussoliniana, De Felice ha sostenuto che proprio questo sciopero abortito inflisse un colpo mortale alla democrazia italiana spianando “il terreno a Mussolini, spazzando via di un colpo gli ostacoli e i pericoli di cui era cosparsa la sua strada verso il potere…”. È stupefacente notare come, molti anni prima che lo storico reatino si apprestasse alla realizzazione della sua opera su Mussolini, altri aveva avuto modo di scrivere sullo stesso evento e sulle sue conseguenze quanto segue: “Nel 1921 l’Avanti! e il Partito socialista erano contrari all’azione generale proposta dai comunisti e la sabotarono in ogni modo fino alla catastrofe dello sciopero legalitario dell’agosto 1922, che ebbe solo il risultato di spingere gli industriali e la Corona verso il fascismo e di far decidere l’on. Mussolini al colpo di Stato…”: parole scritte da Antonio Gramsci nell’articolo Le elezioni comparso sull’Ordine Nuovo del marzo del 1924 (Gramsci antesignano del revisionismo storico? Semplicemente Gramsci storico, da leggere e da rileggere, anche da parte di chi si definisce revisionista).

Peraltro le violenze fasciste erano state preannunciate dall’ultimatum lanciato dalla direzione del Pnf e pubblicato su Il popolo d’Italia, con il titolo Manifesto per la mobilitazione generale fascista contro lo sciopero antinazionale, lo stesso primo agosto: “I partiti antinazionali che si raccolgono ibridamente nell’Alleanza del lavoro, hanno lanciato un guanto di sfida al fascismo e alla nazione […] Diamo quarantotto ore di tempo allo Stato perché dia prova della sua autorità […] Trascorso questo termine, il fascismo rivendicherà piena libertà di azione e si sostituirà allo Stato che avrà ancora una volta dimostrato la impotenza”. Le violenze durarono più di una settimana e crearono intorno al fascismo il consenso di quella borghesia non ancora del tutto persuasa da Mussolini e dai suoi.

Degli indiscutibilmente positivi, ovviamente per lui, risultati raggiunti con le aggressioni e le brutalità che seguirono lo sciopero legalitario, Mussolini si vantò ancora nel discorso tenuto a Udine il 20 settembre: “La nostra violenza è risolutiva, perché alla fine del luglio e di agosto in quarantotto ore […] abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda”. E, mettendo a punto i capisaldi sociali del futuro regime, continuava: “La borghesia deve rendersi conto che nella nazione c’è anche il popolo, una massa che lavora, e non si può pensare a grandezza di nazione se questa massa che lavora è inquieta […] il compito del fascismo è di farne un tutto organico con la nazione per averla domani, quando la nazione ha bisogno della massa, come l’artista ha bisogno della materia grezza per forgiare i suoi capolavori. Solo con una massa che sia inserita nella vita e nella storia della nazione noi potremo fare una politica estera”; il tono è già quello dei discorsi con cui saranno gettate le fondamenta dello Stato totalitario.

Il terreno è pronto per il decisivo colpo di teatro; 26 settembre, Cremona: mentre il sodale Farinacci è intento al macabro rito dell’appello dei “camerati” morti per la causa della rivoluzione, con i convenuti che gridano “presente” ad ogni cognome pronunciato, Mussolini arringa le camicie nere e le esalta sentenziando: “È dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziato una marcia che non può fermarsi fino a quando non abbiamo raggiunto la meta suprema: Roma”. Che il duce del fascismo fosse già persuaso di marciare su Roma in quest’occasione, non è certo; che ne divenne certo sotto gli stimoli di altre manifestazioni cui partecipò nei giorni seguenti, è più prossimo ad una verità che voglia definirsi storica.

Mussolini con, da sinistra, Emilio De Bono, Italo Balbo e Cesare Maria De Vecchi

Il 24 ottobre si apre al San Carlo di Napoli il Consiglio nazionale fascista; la parola a Mussolini: “Che cosa vogliono i fascisti? Noi abbiamo risposto molto semplicemente: lo scioglimento di questa Camera, la riforma elettorale e le elezioni a breve scadenza. Abbiamo chiesto un rinvio dello sgombero della terza zona dalmatica e abbiamo chiesto cinque portafogli più il Commissariato dell’Aviazione. Che cosa ci è stato risposto? Nulla. Peggio ancora, ci è stato risposto in modo ridicolo. Noi siamo per la pacificazione ma non possiamo sacrificare i nostri diritti, non possiamo sacrificare gli interessi della Nazione”. E mentre Mussolini torna a Milano, Facta, evidentemente rassicurato (beata ingenuità o altro?) dal discorso mussoliniano, si affretta a telegrafare al sovrano, che si trovava in provincia di Pisa: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma” mentre sotto la guida di De Bono, De Vecchi, Balbo e Bianchi, gli squadristi andavano organizzandosi. È proprio vero che la storia si presenta due volte: una volta come tragedia e l’altra come farsa; è drammatico quando le due condizioni, come nel nostro caso, si sommano pesando in maniera dolorosissima su più di vent’anni di storia italiana.

Mentre i ministri mettono a disposizione del capo del Governo i loro portafogli e il re torna a Roma, i fascisti diffondo il seguente manifesto: “Il movimento dei fascisti non è contro la Patria, non è contro il Re: noi marciamo su Roma per rendere all’Italia la piena libertà”. È il 27 ottobre.

Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini

Davanti a questa situazione di evidente confusione e di crisi, gli squadristi passano all’azione e arrivano a Roma nella notte fra il 27 e il 28 ottobre. Alle cinque del mattino il governo delibera lo stato d’assedio in base al seguente testo reso noto dall’agenzia di stampa Stefani: “Il Consiglio dei ministri ha deciso la proclamazione dello stato d’assedio in tutte le province del Regno, a cominciare da mezzogiorno di oggi 28 ottobre. Di fronte ai tentativi insurrezionali, il governo, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l’ordine pubblico. E questo dovere compirà per intero a salvaguardia dei cittadini e delle libere istituzioni costituzionali”.  Alle 11,30 viene resa pubblica la seguente notizia: “L’agenzia Stefani è autorizzata ad annunciare che il provvedimento per la proclamazione dello stato d’assedio non ha corso”. Vittorio Emanuele III non aveva firmato lo stato d’assedio. Il 30 ottobre il re riceveva Mussolini affidandogli l’incarico di formare il governo.

Come avvenuto anche ai tempi nostri, il duce prese per sé l’interim degli esteri, oltre che degli interni, e il 16 novembre, presentando alla Camera il suo governo, dette la misura esatta di cosa intendesse per gestione politica della cosa pubblica: “Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non si abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manigoldi […] potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Secondo Hannah Arendt, il fascismo non va inserito fra i totalitarismi perfetti in quanto fu rispettoso delle regole imposte dallo Stato liberale. Crediamo che il breve racconto dei fatti stia a dimostrare esattamente il contrario di quanto sostenuto dalla grande studiosa tedesca di origine ebraica.

Karl Radek

Un capitolo a sé meriterebbe la reazione della sinistra alla marcia su Roma. Forse basterebbe rammentare il giudizio di Paolo Spriano nella sua Storia del Partito comunista italiano: “La resistenza che oppone il movimento operaio è puramente simbolica”. Infatti fra i preparativi della delegazione socialista da inviare a Mosca al Congresso dell’Internazionale e gli inviti dei comunisti allo sciopero generale, con la Cgl che si dissocia immediatamente, si assiste al saccheggio delle sedi dei maggiori organi della sinistra e alla rocambolesca fuga di Togliatti dalla redazione del Comunista, dove era stato sorpreso dai fascisti che si preparavano a passarlo per le armi.

Grigorij Evseevič Zinov’ev (1883 – 1936)

A Mosca, durante il IV Congresso dell’Internazionale, si parla della situazione italiana; fra gli estremisti bordighiani e le disinvolte analisi si Zinoviev, spicca l’avvedutezza di Radek che, dopo aver aspramente condannato il settarismo quale malattia del comunismo italiano, valuta con precisione i motivi dell’avvento del fascismo: la piccola borghesia irrequieta, illusa che il fascismo possa fungere da intermediario fra capitale e lavoro, si fa portavoce dell’emarginazione in cui il socialismo italiano ha tenuto ceti intermedi, ex combattenti, anche i mutilati. Insomma la piccola borghesia conquista il potere grazie all’appoggio della grande borghesia. Sembra di sentire Gramsci; ma, d’altronde, egli non si trovava proprio a Mosca durante il Congresso? Che sia stato proprio lui a suggerire a Radek le basi di un’analisi lontana sia da Bordiga sia da Zinoviev, come lascia intendere Spriano nella Storia del Pci? E viene da pensare che, molto probabilmente, l’atteggiamento dei comunisti nei confronti della presa del potere da parte del fascismo sarebbe stato diverso se Gramsci fosse stato presente in Italia. Ma qui siamo nella controfattualità e, quindi, lontano dalla scientificità e dalla ricerca storica. Resta il fatto che al suo rientro in Italia, Gramsci divenne non solo analista impietoso, preciso e attento del fascismo ma, soprattutto, suo acerrimo avversario: ciò, come si sa, gli costò il carcere e la vita.

Lelio La Porta
La Rinascita della Sinistra
25 ottobre 2002

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